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Le spalle di MARCO
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Le Spalle di MARCO


Martedì 18 settembre 2012

Love Boat
di Marco Travaglio



Lui l'aveva detto, negli ultimi giorni di Eluana,come ricorda il film di Bellocchio: "Dai miei sondaggi risulta che il 50% delle persone in coma irreversibile tornano alla piena normalità" (per questo si chiama "coma irreversibile": per un vezzo linguistico). Infatti, grazie a speciali sondini nanogastrici, è tornato in vita persino lui, come nuovo. Vita si fa per dire: stiamo parlando della crociera del Giornale sulla nave Divina, con 500 attempati lettori (quelli che -- informa il Giornale medesimo -- "portano in valigia costumi, vestiti e tutto il guardaroba dialettico del pensiero liberale"), disposti persino a pagare pur di vederlo.
E per giunta con lo zio Tibia, al secolo Alessandro Sallusti, nelle vesti di reggimicrofono. Ma da qualche parte bisognava pure cominciare. La festa dei giovani pidielle "Atreju ", meglio di no: poteva scapparci qualche domanda ("Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?"). Con Tibia vai sul sicuro: in assenza del comandante Schettino, agli inchini provvede direttamente lui. L'anziano gagà tornato alle origini, cioè alle navi da crociera (dove, per dirla con Biagi, "faceva ballare le vecchie") con Apicella e Pascale al seguito, è apparso in ottime condizioni. Almeno al confronto di come l'avevamo
lasciato nove mesi fa, faccia giallastra, occhi socchiusi, accasciato sulla Berlusmobile coi vetri abbrunati e imperlati di pioggia che lo portava a dimettersi al
Quirinale fra due ali di folla festante. Ora Dagospia lo descrive "dimagrito e smaltato come una vasca da bagno". In effetti il capino implume è di nuovo ornato dalla tradizionale calotta catramata, il volto è pittato e levigato di fresco dai maestri artigiani e piallatori di Arcore, la dentatura Pozzi Ginori brilla leccata e laccata come un sanitario di gran lusso, i tacchi sono lustri con
trampolo interno e la pompetta e la carrucola di ordinanza tornano in funzione ("ora bisogna concentrarsi sulla crescita", ha detto montando a bordo). Ma è soprattutto il repertorio vintage, con tutto il meglio dei bei tempi, a valere il prezzo del biglietto. La riduzione delle tasse ("abrogheremo subito l'Imu ", che peraltro ha inventato lui).
I vari "miracoli " compiuti in vent'anni con ben "40 riforme" (dalla patente a punti alla legge sul fumo: altro sul momento non ricorda, ma gli verrà in mente). L'"avviso di garanzia a Napoli" (che poi era un invito a comparire a Roma). I brogli di Prodi ("nel 2006 trasformarono in voti tutte le schede bianche "). E poi "una lotta alla criminalità mai messa in campo" (appunto, mai: se ne occupavano
Dell'Utri e Cosentino). Il prestigio internazionale riconquistato dall'Italia grazie alla sua "cordiale amicizia con i miei colleghi" (tipo Merkel e Sarkozy). Il suo fiuto da talent scout che gli ha fatto scoprire "il migliore di tutti i politici in campo, persona di grande intelligenza" che
"porterà un'ondata di freschezza, di gioventù, di novità nella vita politica italiana"
(cioè Alfano: infatti si ricandida lui). Ma soprattutto la missione di salvare dai comunisti gli italiani e, già che c'è, anche i francesi. Già, perché -- rivela a un Sallusti estatico, rapito, praticamente in deliquio -- approfittando della sua assenza "la Francia è caduta nelle mani della sinistra e Hollande sta cercando di tassare del 75% chi
guadagna più di 1 milione", per cui "moltissimi francesi stanno cercando di cambiare residenza". Un esodo biblico. Non bastasse il pericolo rosso, che atterrisce milioni di italiani, c'è un'altra missione da compiere: "raccontare agli italiani come si deve votare", casomai qualcuno pensasse di non votare per lui o per l'amico Renzi. O, peggio ancora, di scegliere 5Stelle: "Non ci si improvvisa capaci di gestire una città, una provincia,
una regione, un Paese: guardate cosa succede a Parma,
un disastro". In effetti, per riuscire a portare al fallimento una città come Parma con 1 miliardo e mezzo di debiti, ci vuole una grande esperienza e una guida sicura: improvvisando non ce la si fa. Per questo è tornato: per finire il lavoro.



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Mercoledì 19 settembre 2012

Il secondo tragico Marchionne
di Marco Travaglio


C'è un che di irresistibile nel dialogo (si fa per dire) a distanza fra il duro Sergio Marchionne e gli omuncoli gelatinosi del governo, dei partiti e dei sindacati moderati (Cisl e Uil). Lui, il duro che non deve chiedere mai perché viene ubbidito prim'ancora che dia gli ordini, annuncia che dei 20 miliardi di investimenti promessi, col contorno di 1 milione e 400 mila auto e altre supercazzole che potevano essere credute solo in Italia, non se ne fa più nulla. Perché? Perché no. E gli impavidi ministri, sindacalisti e politici che fanno? Gli chiedono di "chiarire". I più temerari aggiungono "subito", ma sottovoce, vedimai che s'incazzi e li prenda a sberle.
Ora, tutto si può rimproverare a questo finanziere scambiato per un genio dell'automobile, tranne la carenza di chiarezza: è dal 2004 che dice ai quattro venti che dell'Italia non ne vuole sapere, molto meglio i paesi dell'Est, dove la gente lavora per un tozzo di pane e non chiede diritti sindacali perché non sa cosa siano, e gli Usa dove Obama paga e Fiat-Chrysler incassa. Ma quelli niente, fingono di non capire, chiedono chiarimenti, approfondimenti, spiegazioni, aprono tavoli, propongono patti, invocano negoziati, lanciano penultimatum, attendono il messia dei "nuovi modelli" naturalmente mai pervenuti. Ma in quale lingua glielo deve spiegare, Marchionne, che dell'Italia e dell'auto con bandierina tricolore non gliene frega niente? In sanscrito?
Sentite Passera: "Voglio capire meglio le implicazioni delle sue dichiarazioni". Un disegno di Altan potrebbe bastare. Sentite la Fornero, quella col codice a barre in fronte: "Non ho il potere di convocare l'amministratore delegato di una grande azienda" (solo quello di entrare con la scorta armata ai gran premi di F1), però vorrebbe "approfondire con Marchionne cosa ha in mente per i suoi piani di investimento per l'occupazione". Ma benedetta donna: niente ha in mente, te l'ha già detto in musica, che altro deve fare per cacciartelo in testa? Infilare l'ombrello nel coso di Cipputi? Sentite Fassino: "L'ho sentito, mi ha dato rassicurazioni". Ci parla lui. Sentite Bonanni, quello con la faccia da Bonanni che firmò tremante gli accordi-capestro a Pomigliano e Mirafiori: "Marchionne ci convochi subito e chiarisca se il Piano Fabbrica Italia lo mantiene e lo utilizza quando riprende il mercato o no". Ma certo: i 20 miliardi li tiene lì sotto il materasso in attesa che la gente si compri tre Cinquecento e quattro Duna a testa, poi oplà, li sgancia sull'unghia per la bella faccia di Bonanni. Ma che deve fare quel sant'uomo per far capire che i 20 miliardi non esistono e ha preso tutti per i fondelli? Fargli una pernacchia sarebbe un'idea, ma poi quelli replicherebbero: "Vorremmo capire meglio il significato profondo del gesto, Marchionne apra al più presto un tavolo per fornirci le necessarie e ineludibili delucidazioni atte a chiarire il senso recondito, anche tra le righe, della pernacchia". Se non ci fossero di mezzo decine di migliaia di famiglie, ci sarebbe da scompisciarsi per queste scenette da commediola anni 80, dove il marito trova la moglie a letto con un altro e la interroga tutto compunto: "Cara, esigo un chiarimento sulla scena cui ho testè assistito". O da film di Fantozzi. La sua Bianchina, con a bordo la signorina Silvani, viene affiancata dall'auto di tre energumeni che afferrano un orecchio del ragioniere. La Silvani li insulta. Quelli estraggono dall'auto Fantozzi a forza e lo massacrano di botte, mentre lui li apostrofa con fierezza: "Badi come parla!". Pugno in faccia. "Vorrei un momento parlamentare con voi". Setto nasale. "Lo ridichi, se ha il coraggio". Spiaccicato sul tettuccio. "Badi che se osa ancora alzare la voce con me...". Giacca squarciata.
"Bene, mi sembra che abbiamo chiarito tutto, allora io andrei...". Lo finiscono a calci e lo lanciano come ariete nel parabrezza. Ora Fantozzi fa il ministro tecnico e il sindacalista moderato. Tanto le botte le prendono i lavoratori.




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giovedì 20 settembre 2012

Democratica, ma anche no
di Marco Travaglio



Nel 1989, quando crollò il muro di Berlino, cadde anche il velo sulle vergogne che i moderati avevano accettato in nome dell'anticomunismo. Nel '92, quando si sbriciolò il muro di Bettino, quanti giustamente l'avevano combattuto persero la maschera e restarono nudi come il re della fiaba: la sinistra italiana, che già annusava il potere e si spartiva le future poltrone, fu spazzata via da B.: che era, sì, il peggior cascame del craxismo, ma fu anche il più lesto a capire che l'asse destra-sinistra era stato soppiantato dall'asse vecchio-nuovo. Si travestì da nuovo e vinse. Ora però è caduto anche il muro di Arcore. E quelli che stavano dall'altra parte s'illudono di raccattarne l'eredità. Senz'accorgersi che, senza più l'alibi e lo spauracchio dell'uomo nero che li ha tenuti in vita per vent'anni, hanno perso qualunque ragion d'essere. Un giorno, in un raro lampo di lucidità, D'Alema definì la sinistra "una malattia accettabile solo grazie all'esistenza di questa destra". Infatti, ora che B. non c'è più, almeno sul proscenio, vengono a galla tutte le magagne del fronte opposto. E si comincia a capire che non tutti quelli che si opponevano a B. (o fingevano) lo facevano per motivi di principio: la questione morale anzi penale, la devastazione della Costituzione, il conflitto d'interessi, la posizione dominante sul mercato dei media, l'uso privato delle istituzioni. Ma solo perché B. stava "a destra" (peraltro a sua insaputa). Tant'è che, sulle questioni di principio, si sono sempre messi d'accordo con lui. E, anche se nessuno ci fa caso, da nove mesi il Pd è alleato del Pdl. Le questioni di principio hanno interessato ristrette élite di politici, intellettuali, magistrati, giuristi e artisti affezionati ai valori liberali della Costituzione, dunque guardati con ostilità o sospetto dalle rispettive corporazioni. Esempio: la sgangherata campagna di B. contro le "toghe rosse", cioè contro chiunque gli desse torto, ha impedito una seria riflessione sul collateralismo di parte della magistratura col maggior partito di sinistra, speculare a quello di altre correnti togate col centrodestra. Ora che crolla il cerone del Caimano, viene allo scoperto la faccia peggiore della sinistra, politica e giudiziaria. L'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia investe politici di destra, centro e centrosinistra disturbando i compagni Napolitano e Violante? Subito il Pd e la stampa al seguito attaccano i pm di Palermo lasciati soli da B. E pazienza se quei pm appartengono a Magistratura democratica. Anzi ieri la corrente -- nata nel 1964 per difendere il diritto-dovere dei magistrati di parlare -- ha emanato un documento di rara viltà, che spara su di loro senza neppure nominarli e pare scritto dal Tartufo di Molière. Md premette che "da sempre rivendica l'opportunità della partecipazione dei magistrati al dibattito politico". Ma, "con la stessa fermezza e vigore", rivendica pure il contrario. Infatti accusa i pm di: "arrecare pregiudizio al lavoro giudiziario e all'immagine della giurisdizione"; "inaccettabile ricerca del consenso a indagini o processi"; "ricerca esasperata di esposizione mediatica con la sistematica partecipazione al dibattito"; "creare 'verità' preconfezionate che rischiano di influenzare le decisioni giudiziarie". Cioè, a condizionare i giudici penali e costituzionali non è il fuoco concentrico di Quirinale, governo, partiti, Anm, Csm, tv e stampa: sono un paio di pm che si permettono di rivendicare la correttezza del proprio lavoro e 150 mila lettori del Fatto che solidarizzano con loro. Chissà che avrebbe scritto Md se gli attacchi fossero partiti da B. Finalmente si chiarisce il vero significato di "Md": Magistratura Dipende. Si spera che da questo vecchio carrozzone sopravvissuto al muro di Berlino, alla prima e alla seconda Repubblica, scendano i magistrati davvero imparziali. Che non conoscono destra o sinistra, ma solo l'eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge




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MessaggioInviato: Gio Set 20, 14:13:44    Oggetto:  
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Quando non parla di Grillo, Travaglio è quasi sempre impeccabile. Trovo particolarmente piacevole il suo ultimo articolo, dove dice una sacrosanta verità, che peraltro erano in molti, come me, a sostenere : per quasi vent'anni la sinistra ha goduto di un credito assolutamente immeritato, solo perchè era visto come l'unica forza sufficientemente grande per sconfiggere Berlusconi.

Per anni un sacco di italiani, anche non di sinistra, si sono dovuti far andare a genio giornalacci, canali televisivi, manifestazioni e personaggi improponibili, solo perchè quell'altro era peggio. Ora sta venendo fuori tutto, e la "sinistra", spacciata per anni come l'unico baluardo di moralità nell'Italia devastata dal berlusconismo, si sta dimsotrando per quello che è.

C'è da dire però che anche lo stesso Travaglio, per diversi anni, ha beneficiato di questo clima, sguazzando nel mare dell'opposizione a B., genericamente definita di sinistra, appoggiandosi a questo e quello...certo ha sempre detto di distinguersi, però insomma, non è che ci si impegnasse più di tanto. Comunque, meglio tardi che mai.

_________________
"La politica è stata definita la seconda più antica professione del mondo. Certe volte trovo che assomigli molto alla prima."
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venerdì 21 settembre 2012


Polverini di stalle
di Marco Travaglio


"Guardate che me ne vado, eh?". "Lo sapete che potrei andarmene?". "Avete capito o no che potrebbe darsi che me ne vada?". Dopo una settimana trascorsa a minacciare di andarsene, ieri sera si è finalmente capito dov'era diretta Renata Polverini: in televisione. Precisamente a Piazza Pulita (per cambiare un po': fino all'altroieri era un arredo di Ballarò). Intanto, in stereo, Francone Fiorito in arte Er Batman e il suo avvocato Carlo Taormina facevano il loro ingresso trionfale a Porta a Porta. Per Fiorito, si trattava di una lieta new entry. Per il vecchio Tao, un gradito ritorno, dopo i fasti del delitto di Cogne col contorno di plastico dello chalet e calunnie ai vicini della porta accanto. Mancava soltanto il figlio di Vespa, immortalato nella festa trimalcionica in stile antico romano, con Partenone (che sta in Grecia, ma fa lo stesso) di cartapesta e otri di finta pietra piene di vodka e mojito (tipiche bevande del tardo impero). Si conferma così uno dei tanti spread che dividono l'Italia dal mondo civile: nei paesi seri chi ruba va in galera e poi a casa (o viceversa), in Italia va a Porta a Porta. Che è pur sempre una pena, ma un po' meno afflittiva. Flaiano diceva: "Mai minacciare le dimissioni: qualcuno potrebbe accettarle". Ma non è più vero: anche se la Polverini le desse per davvero, nessuno le accetterebbe. Si spiega così l'abissale ritardo con cui la presunta opposizione alla Regione Lazio presenta la mozione di sfiducia contro la giunta Polverini: doveva prima farsi due conti per avere la certezza che fosse respinta. Mettetevi nei panni di un consigliere regionale: due anni fa ha speso magari uno o due milioni per farsi eleggere e guadagna dai 7,5 ai 14 mila euro netti al mese, più rimborsi vari. Per rientrare dei costi della campagna elettorale, e guadagnarci, non gli bastano cinque o sei consiliature complete. Figurarsi un biennio. Dunque, o è un missionario, oppure arrotonda, cioè ruba. E rubare non è solo versare i rimborsi pubblici sul proprio conto, come faceva quel neofita di Fiorito: è anche ingaggiare come consulente o membro dello staff chi ha lavorato alla campagna elettorale; è favorire negli appalti le aziende che l'hanno finanziata, specie nella sanità, magna pars del bilancio regionale;
è farsi pagare ferie, viaggi, pranzi, cene, barche, auto, vestiti, squillo; è gonfiare le note spese di rappresentanza o di trasferta o dei convegni; è inventarsi trasvolate diplomatiche; è moltiplicare le commissioni e i comitati, con gettoni di presenza incorporati; è creare gruppi consiliari sempre più piccoli, anche formati da uno solo, per estrogenare i rimborsi. Perciò il ritorno alle urne, con altre spese da far rientrare e il rischio concreto di non essere rieletto è una prospettiva terrificante, per il consigliere medio. Ieri, per dire, un nostro cronista ha chiesto conto ai capigruppo di tutti i partiti in Lombardia sulla destinazione dei rimborsi: qualcuno ha invocato la privacy, altri l'han cacciato in malo modo, mancava poco che lo menassero. E c'è da capirli: il tesoro è talmente appetitoso da esigere una guardia arcigna, impermeabile a qualunque controllo democratico. A cinque anni dal boom de La Casta di Stella e Rizzo e dal V-Day di Grillo, dopo gli scandali Penati, Belsito, Formigoni, Tedesco e migliaia di solenni dichiarazioni, annunci e promesse sui famosi "tagli ai costi della politica", un consigliere regionale ci costa 750 mila euro l'anno. Solo per mantenerlo, si capisce. Al netto degli arrotondamenti: la tassa occulta degli sprechi e della corruzione, che non si vede ma si paga. I soloni che s'interrogano sul successo tumultuoso di 5 Stelle non hanno ancora capito che molto dipende dal fattore soldi. E non sembra averlo capito nemmeno lo staff di Matteo Renzi, che risponde alle domande del Fatto su chi finanzia il tour delle primarie con imbarazzanti e imbarazzati "vedremo", "pagheremo". Ma quando? E come? E questa sarebbe la "nuova politica"? Cominciamo bene.




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sabato 22 settembre 2012

Salvate il soldato Sallusti
di Marco Travaglio


Che cosa pensiamo di Alessandro Sallusti (non dell'ex bravo cronista del Corriere, ma del direttore di Libero e poi del Giornale), i nostri lettori lo sanno benissimo perché l'abbiamo scritto mille volte e mille volte lo scriveremo. Ma non oggi. Perché Alessandro Sallusti rischia di finire in galera o agli arresti domiciliari o ai servizi sociali, per scontare una condanna a 1 anno e 2 mesi senza condizionale: gliel'ha inflitta la Corte d'appello di Milano, aggravando il verdetto del Tribunale che gli aveva appioppato 5 mila euro di multa e 30 mila di risarcimento. Sentenza che la settimana prossima la Cassazione dovrà confermare o annullare.
Ma l'annullamento, si sa, può avvenire solo per questioni giuridiche e non di merito (che si risolvono nei primi due gradi di giudizio). Si dirà: i giornalisti sono cittadini come gli altri (eccetto i politici, si capisce) e non c'è nulla di strano se, in caso di condanna, la scontano. Vero: ma questo dovrebbe valere per delitti dolosi. Cioè per reati gravi e intenzionali. Sallusti è stato condannato per aver diffamato su Libero un giudice tutelare di Torino, Giuseppe Cocilovo, in un articolo del 2007 scritto da un altro sotto pseudonimo, ma di cui gli è stato attribuito l'"omesso controllo" in veste di direttore responsabile. Non so cosa fosse scritto in quell'articolo, ma non dubito che fosse diffamatorio, vista la normale linea Sallusti. Però ora non m'interessa, perché ciò che conta è il principio. E i principi vanno difesi quando riguardano gli altri,possibilmente i più lontani da noi, per sfuggire ai conflitti d'interessi (parolaccia che Sallusti non pronuncerebbe mai, ma noi sì). Personalmente, sono incappato quattro anni fa in un incidente simile: nel 2001 avevo sintetizzato, in un articolo troppo breve sull'Espresso, un lunghissimo verbale che citava anche Previti. Questi mi querelò. Il Tribunale di Roma condannò me a 8 mesi di carcere con la condizionale e la direttrice Daniela Hamaui a 4, più 20mila euro di risarcimento (sentenza spazzata via dalla Corte d'appello, che la ridusse a due multe di 1.000 e di 800 euro, poi prescritte). Naturalmente i giornali di B., su cui scriveva Sallusti, presentarono la notizia come la prova che ero un delinquente matricolato e non fecero alcuna campagna contro il carcere ai giornalisti. Ora che tocca a Sallusti, la fanno eccome. Ma, ripeto, contano i princìpi. Che non si possono cambiare ogni mattina come le camicie, gli slip e i calzini. Il principio, peraltro ovvio in tutti i paesi civili, è che nessun giornalista può rischiare in prima battuta il carcere (anche se finto, come da noi) per quello che scrive. Nemmeno se è sbagliato o impreciso, e neanche se è dolosamente diffamatorio (come purtroppo sono le campagne degli house organ berlusconiani contro chiunque si metta sulla strada di B., anzi contro chiunque indossi una toga). Da vent'anni, da quando in Parlamento si dicono tutti "liberali" e "garantisti", non si contano le promesse di riformare il codice penale sulla diffamazione. La soluzione è una regoletta che imponga a chi sbaglia di ristabilire la verità e riparare all'offesa in forme e spazi proporzionati al danno arrecato, e solo in caso di rifiuto preveda la possibilità di adire le vie legali (anche, nei casi più gravi e dolosi, col carcere). Così, fra l'altro, si distingue chi sbaglia in buona fede (e rettifica) da chi lo fa in malafede (e insiste). Sappiamo come sono finite quelle promesse: come i tagli ai "costi della politica". E sappiamo anche perché: a questa classe politica fa comodo ricattare la stampa con denunce penali e civili milionarie. In attesa di trovare, magari nel quarto millennio, una maggioranza davvero liberale, c'è un solo modo per evitare che Sallusti diventi un detenuto: il buonsenso.

Sallusti chieda scusa e rifonda il danno al giudice diffamato. E questi ritiri la querela: dimostrerebbe fra l'altro che, con tutte le magagne, i magistrati sono ancora molto meglio dei politici.



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domenica 23 settembre 2012

Il ladro e il palo
di Marco Travaglio


Ogni volta che uno scandalo travolge uomini del centrodestra, cioè sempre,dal centrosinistra si leva il solito vocìo: "Non siamo tutti uguali, noi non siamo come loro". La qual cosa, talvolta, è vera: ma solo perchè l'indecenza del centrodestra tocca livelli così elevati da risultare fuori concorso. Il "non siamo come loro" andrebbe tradotto in un più modesto "loro sono peggio di noi". E' accaduto con le scalate bancarie, sponsorizzate da Forza Italia e Lega, ma anche dai vertici Ds. Con lo scandalo Tarantini, che portava la sue girl a Palazzo Grazioli nei giorni pari e al vicepresidente Ds della giunta Vendola, Frisullo, in quelli dispari. Con il caso Lusi.
E con la vergogna della Regione Lombardia, dove ancora troneggiano Formigoni e i suoi 10 compari inquisiti, ma anche l'ottimo Penati, già braccio destro di Bersani (mai espulso dal Pd, ma solo "autosospeso"). Ora siamo alla Regione Lazio, anzi ci risiamo: nessuno nel centrosinistra, per quanti sforzi faccia, riuscirebbe mai a eguagliare le gesta di un Fiorito o i festini greco-romani di un De Romanis. Però il malvezzo di usare i 103 milioni all'anno di presunti "rimborsi" pubblici ai 17 gruppi consiliari per spese estranee alle attività istituzionali e promozionali, accomuna il Pd a tutti gli altri. Intanto perchè, diversamente dal sistema adottato dalle giunte Storace e Marrazzo (chi ci tocca rimpiangere!), la Polverini ne ha affidata la gestione e la distribuzione all'ufficio di presidenza, senza più l'ombra di bandi pubblici. Sistema approvato da tutti i gruppi, di maggioranza e opposizione (ammesso e non concesso che questa distinzione abbia ancora un senso). Infatti c'è voluta la segnalazione della Banktalia sui movimenti sospetti dai conti Pdl a quelli di Fiorito, e il successivo intervento della Finanza, perchè lo scandalo venisse fuori: l'opposizione non c'era e, se c'era, dormiva. E incassava. Eppure la parola "rimborsi" dice tutto: chi vuol promuovere un'iniziativa, se la fa autorizzare e poi documenta le spese con tanto di ricevute e fatture e, se è tutto in regola, ottiene il rimborso. Qui invece è tutto rovesciato: i "rimborsi" piovono a cascata sui gruppi prim'ancora che sappiano che farsene, dopodichè, avendo un capitale a disposizione, s'inventano iniziative più o meno improbabili per spenderlo. E, se avanza qualcosa, lo tengono in cassa come plusvalenza. Magari lo investono pure. Esterino Montino, l'ineffabile capogruppo del Pd che nulla sapeva e vedeva né del caso Marrazzo né del caso Fiorito, ha spiegato che l'acquisto di vini (Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot e Sangiovese) per 4500 euro all'enoteca Tuscia a spese dei contribuenti serviva per aiutare "i bambini in difficoltà". Ora, a parte la stravaganza di ubriacare un bambino povero per evitare che gli venga fame, che c'entrano le attività caritatevoli con i rimborsi per i gruppi consiliari? Se uno vuol fare beneficenza, mette mano al portafogli: ma il suo, non il nostro.
Poi ci sono le interviste a pagamento. Sentite Montino: "Non ci sono interviste a pagamento, solo alcuni consiglieri che han dato qualche migliaio di euro a tv locali per pubblicizzare le loro iniziative". Cioè interviste a pagamento. E i 100 mila euro assegnati a ogni consigliere? "Non ci siamo mai dati questa cifra: 100 mila euro a testa è una sorta di parametro di riferimento a livello di Consiglio che non viene neanche rispettato, visto che in proporzione i gruppi piccoli prendono più di quelli grandi". Cioè, se non sono 100, saranno 90 mila euro a testa. Un bel risparmio, non c'è che dire. E quando questa porcheria è stata decisa in Ufficio di Presidenza lui che ha fatto? "Abbiamo preso atto senza discutere.
Tutti potevano intervenire, e nessuno l'ha fatto". Perfetto. Ma attenzione: guai a sposare "il teorema Fiorito-Taormina secondo cui siamo tutti uguali". Giusto, c'è la divisione dei compiti: chi ruba, chi tiene il sacco e chi fa il palo.



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Martedì 25 settembre 2012


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Le primarie tutt'altro che secondarie
Le primarie del centrosinistra riguardano tutti. Anche quelli che non votano centrosinistra. Personalmente, non ho ancora capito bene che cosa vince chi le vince, perchè non è proprio chiarissimo se servano a decidere chi sarà il premier in caso di vittoria del centrosinistra o chi sarà il leader del centrosinistra che poi sceglierà un altro premier o chi sarà il segretario del Pd. Nel primo caso, non capisco perchè sia invitato Vendola, ma non Casini, visto che D’Alema e Letta han già detto che sarà alleato del centrosinistra nel futuro governo. Nel secondo, non capisco perchè non sia invitato anche Di Pietro, visto che se vincesse potrebbe decidere lui con chi allearsi e con chi no (e lui ha già detto che Casini non lo vuole, così come, a giorni alterni, dice anche Vendola). Nel terzo, non capisco che cosa c’entri Vendola che non fa parte del Pd (a meno che non abbia in mente di confluirvi). Speriamo che ce lo facciano sapere, possibilmente prima delle primarie.

Quello che è chiaro è che l’esito delle primarie potrebbe cambiare la faccia alla politica. Non so se in meglio o in peggio, ma la cambieranno: per questo riguardano tutti. A me piacerebbe tanto che le vincesse Laura Puppato: l’ho conosciuta quand’era sindaco di Montebelluna, unico sindaco di centrosinistra in una provincia tutta leghista, quella della Treviso di Gentili, il leghista che ne è stato prima il sindaco e poi il prosindaco, detto anche il Prosecco per il suo eccellente tasso alcolico. Laura mi invitava ogni anno a un incontro sulla legalità, anche quando il suo partito mi aveva radiato dalle feste dell’Unità (su cui scrivevo) perchè osavo criticarlo sull’Unità. E, parlando con la gente, sapevo che era stimata da tutti perchè governava bene, con onestà e competenza: così anche quelli che, alle provinciali, alle regionali e alle politiche, votavano Lega, alle comunali di Montebelluna votavano Puppato. Un partito serio l’avrebbe presa e portata subito a Roma non appena uscita dal Comune, al posto di una delle tante muffe imbullonate alle poltrone del Politburo “de sinistra”. Invece l’hanno dimenticata in consiglio regionale del Veneto. Ora si candida e le auguro di vincere, anche se mi rendo conto che il mio è soltanto un sogno: è quasi impossibile contrastare lo spiegamento di forze, di truppe cammellate, di media e di soldi dei due principali contendenti: Bersani e Renzi.

Se vince Bersani, nulla cambia. Riavremo il Parlamento e, in caso di successo alle elezioni politiche, al governo gli stessi di sempre: si sono già spartiti le poltrone onde evitare che i vari D’Alema, Veltroni, Finocchiaro, Franceschini e Fioroni restino col sederino scoperto. Ma se vincesse Renzi? Nella linea politica del Pd cambierebbe poco o nulla: Renzi vuole rottamare lo stato maggiore del Pd per fare le stesse cose al posto loro. Adora Marchionne, se ne infischia dell’articolo 18, la Provincia di Firenze sotto la sua presidenza ha sperperato un bel po’ di soldi pubblici, non pronuncia mai parole-tabù come mafia-politica, anticorruzione, diritti dei lavoratori, conflitto d’interessi, antitrust (e per forza: il suo principale consigliere è Giorgio Gori, ex direttore di Canale5, Italia1 e Rete4). Ma, con l’eventuale vittoria di Renzi, arriverebbe un quarantenne, con la sua squadra di coetanei o giù di lì, in un partito che è un museo delle cere. E, per forza di cose, andrebbero a casa un bel po’ di fossili e dinosauri: difficile che, con quello che dicono (e soprattutto pensano) di lui, i Bersani, Veltroni, D’Alema, Franceschini, Fioroni, Finocchiaro restino al loro posto. Per quanto disinvolto e spregiudicato sia, Renzi non potrebbe che aprire le finestre del Pd, far circolare un po’ di aria nuova (attenzione: dico nuova, non necessariamente migliore) e cambiare il mobilio. In un panorama politico immutabile, sempre uguale a se stesso da venti o trent’anni, sarebbe un mezzo terremoto. Non politico: generazionale. E inevitabilmente costringerebbe anche il centro (dove Casini si trascina dietro vecchie mummie, compresa la sua) e soprattutto la destra (dove ancora comanda Berlusconi) a porsi il problema di rispondere, in qualche modo, al trema generazionale.

Insomma, per usare un’espressione usurata e un po’ enfatica, nulla sarebbe più come prima. Per questo penso che le primarie del centrosinistra riguardano tutti, anche chi vota Di Pietro, Casini, Pdl, Cinque Stelle. E anche chi non vota. Vale la pena ai seguirle con attenzione e anche con un po’ di apprensione. Tutti. Chi vota centrosinistra, per andare a votare. Gli altri, per vedere di nascosto l’effetto che fa.

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"La politica è stata definita la seconda più antica professione del mondo. Certe volte trovo che assomigli molto alla prima."
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martedì 25 settembre 2012

Napolione
di Marco Travaglio


Mai fare battaglie di principio nel paese dei conflitti d'interessi e degli ideali di bottega. Domenica abbiamo scritto che la condanna in appello di Alessandro Sallusti a 14 mesi di carcere senza la condizionale per un articolo diffamatorio scritto da un altro dimostra ancora una volta l'indecenza di una politica che non ha mai voluto riformare la diffamazione per rendere la stampa ancor più serva e ricattabile. E che il caso particolare, prima della sentenza di domani della Cassazione, si può risolvere in un solo modo: Sallusti risarcisca i danni e chieda scusa al giudice diffamato, nella speranza che questi ritiri la querela. Subito i soliti noti ne hanno approfittato per sparare sui magistrati che osano querelare chi li diffama (come se non fosse un sacrosanto diritto di ogni cittadino); per evidenziare che in Italia querelano più che negli altri paesi (e per forza: negli altri paesi B. non ha processi né possiede giornali o tv); per invocare un decreto ad Sallustem o un provvedimento di grazia (ancor prima della condanna definitiva); per gabellare le diffamazioni -- anche quelle dolose e reiterate -- per "reati di opinione"; per attaccare i giudici d'appello che han condannato Sallusti applicando la legge esistente; per scatenare ridicole campagne innocentiste con la scusa che "l'articolo non l'ha scritto Sallusti" (già, ma allora chi l'ha scritto dovrebbe avere la decenza di uscire allo scoperto e dichiarare che la boiata diffamatoria è Farina del suo sacco, anziché lasciar condannare un altro al posto suo). Poteva mancare, in questo guazzabuglio, l'interferenza del Quirinale? No che non poteva. Infatti il solerte portavoce del Colle, Pasquale Cascella, ha perso l'ennesima occasione per tacere, twittando che il presidente Napolitano, "segue il caso" Sallusti e "si riserva di acquisire tutti gli elementi di valutazione". Così i cinque giudici di Cassazione che domani dovranno pronunciarsi sulla condanna del direttore del Giornale sanno che il Presidente della Repubblica li tiene d'occhio. E che, se dovessero decidere per la conferma della sentenza d'appello, entrerebbero in rotta di collisione con il presidente del Csm da cui dipendono le loro carriere e i loro procedimenti disciplinari.
Dicevano i latini, quando Roma era ancora la capitale del diritto e non del rovescio, che il giudice deve decidere secondo legge e coscienza sine spe ac metu: senza aspettarsi premi né rappresaglie in conseguenza delle loro sentenze. Dopo l'improvvido tweet del Quirinale, sul capo dei magistrati della Suprema Corte pende un metus grosso così. E non è la prima volta. Nel 2006, quando i giudici di Potenza arrestarono Vittorio Emanuele di Savoia, Napolitano chiese tutti i dossier disciplinari a carico del pm Woodcock. Nel 2008, quando la Procura di Salerno perquisì gli uffici giudiziari di Catanzaro che avevano sabotato il pm De Magistris e insabbiato le sue indagini, Napolitano chiese gli atti della perquisizione addirittura prima che fosse conclusa.
E, nell'aprile scorso, trasmise le sue lagnanze di Mancino al Pg della Cassazione perché indirizzasse nel senso da lui auspicato le indagini di Palermo sulla trattativa Stato-mafia tramite Piero Grasso. Non si sa chi abbia messo in testa a Napolitano di essere il capo della magistratura, autorizzato a pilotare indagini e sentenze, manco fosse Napoleone. Qualcuno dovrebbe spiegargli che è solo il presidente dell'organo di autogoverno dei magistrati, che è collegiale, si riunisce in date prefissate, dev'essere informato delle iniziative del suo presidente e soprattutto non può dire ai magistrati quello che devono o non devono decidere. Può solo stabilire (il Csm, non il presidente da solo), a posteriori, se quel che hanno fatto è abnorme o viola il codice disciplinare.
E, quando qualcuno interferisce nella loro attività, deve aprire pratiche a loro tutela. Ora non vorremmo che il Csm dovesse aprire una pratica per tutelare i giudici dal presidente del Csm.



*decrescita e speranza.

Grazie comunque grazie Saratoga.
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mercoledì 26 settembre 2012


Polveroni e Formighini
di Marco Travaglio


Negli ultimi giorni il governatore Roberto Formigoni si era battuto come un leone contro le dimissioni della governatrice Renata Polverini. Purtroppo per lui e per nostra fortuna, gli è andata buca. Ma il suo generoso sforzo era piuttosto comprensibile: se si dimette una governatrice che non è indagata e non è nemmeno accusata politicamente di avere abusato del suo potere, cosa dovrebbe fare un governatore inquisito (come altri 12 consiglieri regionali) per corruzione e finanziamento illecito in una serie di vicende che vedremo se sono reato, ma già ora configurano spaventosi abusi di potere? Eppure la Polverini da oggi è a casa con giunta e Consiglio, mentre Formigoni resta a piè fermo al Pirellone con giunta e Consiglio. Possibile? L'esito opposto degli scandali del Lazio, infinitamente meno gravi, e di quelli della Lombardia, infinitamente più gravi, non si spiega soltanto con le faide interne al Pdl locale. Ma anche col diverso impatto mediatico. Un capogruppo che, oltre alla faccia che ha, bonifica i rimborsi pubblici sui suoi conti personali fa molto più scandalo di un governatore che viaggia, villeggia, pasteggia e forse intasca a spese di un "facilitatore" della sanità privata convenzionata con la sua Regione. Eppure, se il primo scandalo è roba da rubagalline che sottraggono risorse ai cittadini per arricchirsi, ma non minano l'imparzialità dell'amministrazione, il secondo è un do ut des che inquina i meccanismi della spesa sanitaria, prima voce di ogni bilancio regionale. È difficile infatti sfuggire al sospetto che i fiumi di denaro pubblico dirottati alle cliniche private come il San Raffaele e la Maugeri fossero tutti dovuti, visto che a oliare i rubinetti in Regione era il faccendiere Daccò, ciellino come Formigoni e come molti dirigenti della sanità lombarda, il quale poi intascava la percentuale (70 milioni in pochi anni solo dalla Maugeri) e ne investiva una parte per mantenere a suon di milioni (7-8 secondo i pm) la vita da nababbo del governatore. I particolari del perverso quadrilatero Regione-cliniche-Daccò-Formigoni li abbiamo raccontati nell'istant book Roberto Forchettoni, in vendita col Fatto. Eppure il card. Bagnasco, presidente della Cei, non ha mai tuonato contro gli "scandali inaccettabili" e il "malaffare anche nelle regioni" nei mesi scorsi, via via che si scoprivano gli altarini del pio Celeste (e nemmeno quando il card. Bertone spedì in America mons. Viganò che stava sradicando il malaffare in Vaticano): lo fa solo ora che si scoprono quelli di Fiorito & C. Forse, se la Chiesa si fosse svegliata prima, Formigoni sarebbe a casa da un pezzo. Anche perché del caso si sarebbero magari occupati con più attenzione i tg e i talk show televisivi: invece, a parte Servizio Pubblico e pochi altri, il caso Lombardia è stato sempre poco telegenico. Se chiedete in giro cos'ha fatto Fiorito, lo sanno tutti. Cos'ha fatto Formigoni, lo sanno in pochi. E non perché i capodanni ai Caraibi, le cene e i jet e gli yacht a sbafo, le ville in Sardegna a prezzi stracciati siano meno "popolari" delle ruberie e dei festini del Pdl alla puttanesca. Il fatto è che il sistema Formigoni è molto più antico, consolidato, ramificato e trasversale dei parvenu romani e dei brubru ciociari. Infatti, mentre a Roma gli ex An sparano sugli ex forzisti e viceversa, a Milano non muove foglia e non parla nessuno. Nemmeno la Lega, che ha imposto le dimissioni financo al suo fondatore, osa chiederle al Celeste. Toccare lui significa mettere in discussione un regime che dura da 17 anni e ha dato da mangiare un po' a tutti (vedi spartizione degli appalti fra coop bianche e rosse, non solo in Lombardia). E minare il berlusconismo nella sua ultima roccaforte, dopo i crolli di Sicilia e Lazio. Forchettoni potrebbe dimettersi persino per le sue giacche e le sue camicie. Non per le indagini di corruzione. Fra l'altro, creerebbe un pericoloso precedente.


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giovedì 27 settembre 2012

Sentenza vintage
di Marco Travaglio


Un giorno un vecchio giudice della Corte d'Assise di Torino aprì il processo a un imputato di omicidio con queste parole: "Fate entrare l'assassino". Naturalmente la difesa lo ricusò all'istante e il processo ripartì davanti a un altro presidente. Purtroppo la Corte costituzionale non è ricusabile, anche perché non ne esiste un'altra che possa prenderne il posto. Altrimenti la Procura di Palermo avrebbe tutti i motivi per ricusarla, con tutto quel che è accaduto dal 15 luglio, quando Napolitano ebbe la bella pensata di farsi un decreto per sollevare conflitto di attribuzioni contro i pm che avevano osato intercettare Mancino senza prevedere che avrebbe parlato con lui. Da allora chiunque non sia in malafede ha capito benissimo che la Procura ha applicato la legge e il conflitto non sta né in cielo né in terra, ma per carità di patria la Consulta troverà il modo di dar ragione a Napolitano, o almeno di non dargli torto. Come ha paventato anche l'ex presidente Zagrebelsky, si teme che la sentenza sia già scritta, a prescindere dal merito e dal diritto. Speriamo di sbagliarci, ma gl'indizi sono tanti e tali da fare quasi una prova. 1) La Procura non può nominare il suo difensore naturale, cioè l'Avvocatura dello Stato, perché l'ha già sequestrato il capo dello Stato, ed è costretta a cercarsi tre avvocati privati (il terzo lavorerà gratis o dovranno pagarlo i pm di tasca propria). 2) Quirinale e Avvocatura lavorano al conflitto fin dal 15 luglio, mentre i pm non possono far nulla fino al 19 settembre, quando la Consulta finalmente lo notifica alla Procura: peccato che il testo, segreto per i pm, fosse noto a Repubblica fin dai primi di agosto. 3) Il 14 settembre fonti interne alla Consulta anticipano all'Ansa il verdetto di ammissibilità del ricorso, cinque giorni prima che i giudici costituzionali si riunissero in camera di consiglio per decidere. 4) In media la Consulta decide sui ricorsi nel giro di un anno o più: ma stavolta il presidente Alfonso Quaranta vuole chiudere tutto in quattro mesi, entro novembre, anziché l'estate o l'autunno prossimi come vorrebbe la prassi. E perché mai? "Per la delicatezza e l'importanza" del ricorso. Cioè perché c'è di mezzo Napolitano.
Eppure, se fosse vero quel che assicura Napolitano, e cioè che il conflitto mira a difendere un principio e non la sua persona, sarebbe molto meglio decidere quando lui non sarà più presidente, come già fece la Consulta nell'unico precedente (il conflitto sollevato da Cossiga nel 1991 e risolto soltanto nel '92 dopo la sua uscita dal Quirinale). Così, fra l'altro, si eviterebbe di influenzare l'udienza preliminare sulla trattativa Stato-mafia che inizia proprio a fine ottobre. A meno che l'obiettivo non sia proprio questo: abbattere la Procura di Palermo e intimidire il gup chiamato a rinviare a giudizio o prosciogliere gl'imputati, compreso il protegé del Quirinale. 5) Per abbreviare l'iter, la Consulta non comprime i tempi a entrambe le parti in conflitto,
ma solo alla Procura: il Colle e l'Avvocatura hanno avuto il tempo che volevano per scrivere il ricorso, mentre i pm per rispondere hanno solo 25 giorni invece dei 50 canonici. Quasi che il diritto di difesa fosse ormai un optional. 6) Dulcis in fundo, la Consulta emette un'ordinanza ai confini della realtà in cui chiede, oltre a notizie utili sulle telefonate Mancino-Napolitano, una serie di atti totalmente estranei al tema del conflitto: quelli del procedimento-stralcio già all'esame del gip e pieno di carte ancora coperte da segreto. Vero che la Consulta può acquisire atti segretati, ma solo se attinenti all'oggetto del conflitto. E questi non lo sono. Chiederli è un'intimidazione ai pm e un abuso di potere, visto che la Consulta non può sindacare il merito di un'indagine.
Ma di abusi di potere questa storiaccia è costellata fin da quando Mancino chiese protezione a Napolitano e lo sventurato rispose. Da allora, per coprire il primo abuso, sono arrivati tutti gli altri. E non abbiamo ancora visto tutto.
Comprereste una sentenza usata da questa Consulta?




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venerdì 28 settembre 2012


Gli infarinati
di Marco Travaglio



Sebbene Sallusti ce la metta tutta per farmene pentire, non rinnego l’articolo che ho scritto l’altro giorno sul suo caso.

Continuo a pensare che, per risolverlo senza ledere i principi di legalità e di uguaglianza, sarebbe bastato poco: che Sallusti si scusasse col giudice Cocilovo per le infamie scritte su Libero da Renato Farina col comicopseudonimo “Dreyfus” e risarcisse il danno, in cambio del ritiro dellaquerela che avrebbe estinto il processo prima della Cassazione.

Poi il Parlamento, visto che i partiti a parole sono tutti d’accordo, avrebbe potuto finalmente riformare la diffamazione a mezzo stampa.

Cocilovo s’è detto disponibile, annunciando che avrebbe destinato il risarcimento a una onlus.

Ma Sallusti s’è rifiutato di scusarsi e di risarcire, anzi è andato aPorta a Porta a rivendicare l’articolo diffamatorio come libera “opinione” e negando di aver commesso reati.
A quel punto la Cassazione, che può annullare le sentenze solo per vizi giuridici o per difetti di motivazione, s’è limitata ad applicare la legge esistente: non ravvisando vizi né difetti nel verdetto d’appello, l’ha confermato.
Così è stato Sallusti a condannare a 14 mesi di carcere Sallusti, evidentemente per far esplodere il caso.
Il che andrebbe a suo onore, se non fosse che ha subito colto l’ennesima occasione per sparare sui “giudici politicizzati” e sulla “sentenza politica”.

Ma qui di politico non c’è un bel nulla: c’è un giornale che mente sapendo di mentire, scrivendo che Cocilovo ha “ordinato” a una ragazzina “l’aborto coattivo” e dunque “se ci fosse la pena di morte, sarebbe il caso di applicarla a genitori, ginecologo e giudice”.

Peccato che fosse la ragazza a voler abortire all’insaputa del padre e insieme alla madre avesse chiesto il permesso al giudice: l’avevano scrittol’Ansa e tutti i giornali, tranne Libero, che poi si guardò bene dal rettificare la maxi-balla.

Altro che “opinione”: è diffamazione bella e buona, attribuzione di un fatto determinato tanto grave quanto falso.
E non si capisce a che titolo il presidente della Repubblica, dopo aver “avvertito” i giudici che li teneva d’occhio mentre stavano per decidere, torni a far sapere che “si riserva di acquisire tutti gli elementi di valutazione”: lui non ha alcun potere di “sorvegliare” i giudici nell’esercizio delle loro funzioni né di “acquisire” alcunché sul merito delle loro decisioni.
Semmai è il Csm che potrebbe farlo, se i titolari dell’azione disciplinare (Pg della Cassazione e Guardasigilli) ravvisassero nella sentenza profili disciplinari di abnormità.
E qui abnorme è la legge, non la sentenza che la applica. Ma, al posto dei partiti che la usano per ricattare la stampa, sul banco degli imputati finiscono, tanto per cambiare, i giudici che l’hanno osservata.

Repubblica parla di “accanimento giudiziario” e “mostruosità giuridica” per una pena detentiva prevista dalla legge.

Il solito Battista denuncia sul Corriere “il divario clamoroso tra i due gradi di giudizio” (la prima condanna a 5 mila più 30 mila euro e la seconda che ha aggiunto i 14 mesi di reclusione).
Oh bella: ma, se in tutti e tre i gradi i giudici devono decidere allo stesso modo, perché non abolire appello e Cassazione e lasciare solo i tribunali? Battista aggiunge: “Sallusti non ha neppure scritto l’articolo incriminato”. Embè? Basta nascondersi dietro uno pseudonimo per diffamare impunemente?

Né si può risolvere la faccenda sostituendo il carcere con la multa. Vero che è così in quasi tutte le democrazie. Ma nelle democrazie non esistono politici che usano i loro media per massacrare gli avversari, ben felici di pagare la multa al posto dei loro killer.
Per distinguere l’errore in buona fede e la critica aspra dalla diffamazione dolosa non c’è che una strada: una legge che imponga a chi scrive il falso l’immediata rettifica e, in caso di rifiuto, una dura sanzione penale, anche detentiva. Questa legge tutelerebbe i giornalisti.

Ma non i Sallusti e i Farina, che augurano la pena di morte agli altri, poipiagnucolano per qualche mese di carcere, peraltro all’italiana: cioè finto.



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sabato 29 settembre 2012

L'amnesia dell'amnistia
di Marco Travaglio


Ci risiamo. Come alla fine di ogni legislatura, ecco riesplodere il bubbone delle carceri e riaffacciarsi la solita lagna dell'amnistia e/o dell'indulto. Il presidente Napolitano chiede al Parlamento di approvare alla svelta "proposte volte a incidere sulle cause strutturali della degenerazione dello stato delle carceri". E fin qui niente da dire, visto che il numero dei detenuti sfiora ormai quota 70 mila su 45 mila posti-cella. Poi però il capo dello Stato suggerisce "l'introduzione di pene alternative alla prigione" ed evoca "un possibile speciale ricorso a misure di clemenza", addirittura auspicando la riforma "dell'art. 79 della Costituzione che a ciò oppone così rilevanti ostacoli" perché prevede per amnistia e indulto la maggioranza dei due terzi. E qui, francamente, cascano le braccia: perché l'amnistia e/o l'indulto non incidono affatto sulle "cause strutturali dell'affollamento delle carceri, visto che intervengono sulla popolazione già detenuta, mandandone fuori una parte con l'estinzione dei reati o delle pene. Le cause strutturali sono ben altre: i troppi criminali e dunque i troppi reati commessi; i troppi comportamenti previsti come reato, alcuni dei quali potrebbero essere puniti con sanzioni amministrative; la penuria di carceri e dunque di posti-cella rispetto al fabbisogno nazionale. Visto che il numero dei criminali e dei delitti non dipende dal Parlamento (a parte, si capisce, i delinquenti che vi risiedono in permanenza), non resta che incidere sugli altri due fattori: depenalizzando una serie di reati minori, a partire da quelli relativi alle droghe e all'immigrazione clandestina, cancellando una serie di leggi vergogna e "pacchetti sicurezza" approvati nell'ultimo decennio; e costruendo nuove carceri. Invece sono vent'anni che sentiamo annunciare depenalizzazioni, "piani carceri" e leggi "svuota-carceri", e i penitenziari sono sempre più pieni. Il perché è noto: per vellicare gli istinti più bassi di un certo elettorato, si è seguitato a inventare nuovi reati superflui o a punire tanto più severamente quanto inutilmente quelli già esistenti (vedi i meccanismi perversi dell'ex Cirielli per i recidivi), sempre e solo nel settore della criminalità da strada, mentre quella dei colletti bianchi, che ci ha portati alla bancarotta economico-finanziaria, è sostanzialmente depenalizzata. Così, ogni due per tre, si scopre all'improvviso che le carceri scoppiano, e allora parte la campagna per mandarne fuori un certo numero. Col risultato di aumentare l'incertezza delle pene, anzi la certezza dell'impunità che porta i criminali a concludere che il delitto paga e gli onesti a perdere ogni residua fiducia nelle istituzioni e nella giustizia. Fu così nel 2006, quando l'indulto Mastella (votato da tutti, tranne Idv, Lega e Pdci) liberò 30 mila criminali, evitò che altrettanti finissero dentro e costrinse i magistrati a fare indagini e processi costosissimi per erogare pene puramente virtuali. Salvo poi scoprire sei mesi dopo che le carceri erano più piene di prima.
Ora, sei anni dopo,si ricomincia. È un copione già visto, di cui possiamo tranquillamente anticipare il seguito: la congestione delle celle diventerà il pretesto per inserire nell'amnistia o nell'indulto prossimo venturo i reati di corruzione, concussione, illecito finanziamento ai partiti, truffa, frode fiscale, peculato, collusioni mafiose che vedono inquisiti ministri, sottosegretari, parlamentari, banchieri, imprenditori ed "ex", cioè i protagonisti dei vergognosi scandali degli ultimi anni. Nessuno di loro in carcere, ma molti rischiano presto o tardi di finirci e, pur di strappare il colpo di spugna, sono pronti a ricattare mandanti e complici rimasti nell'ombra. Insomma, mentre si firmano lodevoli appelli per la legge anti-corruzione, è già pronto l'antidoto che salverà tutti.
Poi qualcuno si meraviglia se Grillo spopola. Ps. Dov'era Napolitano mentre il Parlamento infilava una legge riempi-carceri dopo l'altra?
Al Quirinale, con la penna in mano.




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MessaggioInviato: Sab Set 29, 13:24:57    Oggetto:  
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Condivido specialmetne quest'ultimo articolo, è un piacere vedere che Marco Travaglio rimane uno coerente, e soprattutto coraggioso ad andare controcorrente in un momento in cui chi esce dal coro dell'agiografia presidenziale viene massacrato, in un momento in cui quasi tutti i presunti "buoni", i presunti casti e puri del mondo antiberlusconiano (che purtroppo molti hanno preso troppo sul serio, presi dalla necessità di mandare a casa Silvio) si stanno rivleando per i cialtroni che sono...è veramente confortante sapere che c'è ancora qualcuno che pensa, in un periodo in cui è l'intelligenza stessa delle persone ad essere oscurata dal qualunquismo, dalla vigliaccheria, dal servilismo.

Una sola dimenticanza da segnalare : nei partiti che non votarono l'indulto Mastella, c'era anche Alleanza Nazionale. Ma è giustificato : ormai non sono in molti a ricordarsi dell'esistenza di AN, nè di chi ne fosse il leader.

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MessaggioInviato: Sab Set 29, 18:43:24    Oggetto:  
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Saratoga ha scritto:


Una sola dimenticanza da segnalare : nei partiti che non votarono l'indulto Mastella, c'era anche Alleanza Nazionale. Ma è giustificato : ormai non sono in molti a ricordarsi dell'esistenza di AN, nè di chi ne fosse il leader.





No...no ! io ricordo benissimo...(è l'età che a volte ti può fregare)





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