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Le spalle di MARCO
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Le Spalle di MARCO


venerdì 2 novembre 2012


Da che pulpiti
di Marco Travaglio


Guardiamoci negli occhi e diciamoci la verità: qualcuno, anche fra i più acerrimi nemici e odiatori di Di Pietro, può davvero credere che il linciaggio che sta subendo abbia
qualcosa a che fare con la questione morale? Non parlo naturalmente di Report, che non ha mai fatto sconti a nessuno e non può certo essere associato a manovre di alcun genere. Non parlo nemmeno degli house organ di B., che giustamente hanno sempre individuato in Di Pietro il nemico pubblico numero uno del loro padrone e da vent'anni tengono puntato il mirino nella stessa direzione. Parlo dei cosiddetti giornali indipendenti, cioè dipendenti da banche e grandi imprese, i cui capi entrano ed escono dalle patrie galere o sarebbe ora che ci finissero. Se sparano a zero sull'ex pm per dargli il colpo di grazia non è per i suoi errori, che ci sono, e sono enormi. Ma per i suoi meriti. Negli anni di Mani Pulite la grande stampa lo blandiva, nella speranza di trattamenti di favore per i propri editori, che per fortuna non vi furono. Quando poi si affacciò sulla scena politica, i giornaloni e i loro padroni tentarono di metterci il cappello sopra per omologarlo, e ancora una volta ne furono delusi. Se una cosa, in 14 anni di vita fra luci e ombre, l'Idv non ha fatto è stato mettersi al servizio di qualche potere. I padroni del vapore spingevano per l'amnistia? Di Pietro la fece saltare. Premevano per l'inciucio in Bicamerale? Lui fu contro. Predicavano un'opposizione "riformista", cioè complice, al berlusconismo in nome della "pacificazione"? Lui fece sempre saltare il banco: non si contano le volte in cui il centrosinistra era pronto ad accordarsi con B. sulle peggiori nefandezze, ma si fermò in extremis per paura di regalare voti a Di Pietro. Chi ha trovato pavido il centrosinistra non sa quanto avrebbe potuto essere peggiore senza il timore di "fare il gioco di Di Pietro".
Con tutti i suoi difetti ed errori, Di Pietro non s'è mai lasciato omologare, anche contro il proprio tornaconto. Nel 2000 il centrosinistra ricicciò Amato, l'uomo che sussurrava a Craxi, e lui solo gli votò contro. Infatti fu espulso dalla Margherita ed estromesso dall'Ulivo, che nel 2001 tracollò contro B. Negli anni dei girotondi, lui in piazza c'era sempre, la nomenklatura sinistra mai. Nel 2002, quando Flores d'Arcais organizzò il Palavobis per i 20 anni di Mani Pulite, l'Idv diede un contributo fondamentale, mentre Violante metteva in guardia gli elettori dal "festeggiare le manette". Naturalmente gli elettori parteciparono lo stesso, anzi a maggior ragione: tuttora, se dipendesse da loro, il Pd si alleerebbe con Di Pietro e Vendola, mandando Casini dove sappiamo. Ma, se nel ventennio berlusconiano Di Pietro era un pericolo perché impediva al centrosinistra di inciuciare con B., oggi che l'inciucio è cosa fatta (vedrete che delizia, nella prossima legislatura) il pericolo per il sistema è doppio: se i cento e più giovani di 5Stelle che invaderanno le Camere trovassero sponda in un partito già strutturato all'opposizione irriducibile dentro il palazzo e fuori, la miscela esplosiva potrebbe far saltare tutto. Perciò il Corriere titola giulivo: "Di Pietro cade dal podio delle virtù" (e il giornale dei Ligresti, Tronchetti, Marchionne, Mediobanca e Mediobande è il pulpito ideale per insegnare le virtù). E gli house organ della santa alleanza Pd-Casini-Vendola tripudiano per la "fuga" di alcuni deputati Idv, noti frequentatori di se stessi. Solo Grillo, l'altro leader non omologabile, con un atto di generosità e non certo di convenienza, ricorda i meriti del Di Pietro di ieri e anche di domani candidandolo al Quirinale. Naturalmente è una provocazione. Ma almeno, con Di Pietro sul Colle, se Mancino avesse chiamato per aggiustare il suo processo, si sarebbe beccato una pernacchia.
Anzi, forse non avrebbe nemmeno osato telefonare



*decrescita e speranza. DI PIETRO PRESIDENTE.
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sabato 3 novembre 2012

Uovo di Pasqua con sorpresa
di Marco Travaglio


Allarme rosso. Sos. Si salvi chi può. Aita aita. Annibale è alle porte. Attila marcia su Roma. Sagunto sta per essere espugnata. Mamma li turchi! Al lupo al lupo. Vade retro
Satana. È bastato che Grillo lanciasse il ballon d'essai di Di Pietro al Quirinale per seminare il terrore nei palazzi e nei giornali al seguito. L'alleanza 5Stelle-Idv non si farà mai, perché Grillo e i suoi vogliono correre da soli. Ma la realtà non conta: basta la minaccia ed è subito panico. I poteri morti tremano a ogni stormir di fronda. Vedono nemici dappertutto, hanno le visioni, sentono le voci, sognano gli spettri. E c'è da capirli. Se, per assurdo, dall'uovo di Pasqua del 7 aprile uscisse la sorpresa di 5Stelle primo partito, questo avrebbe il 55% di seggi alla Camera grazie al Porcellum e potrebbe eleggere il nuovo capo dello Stato. Poi Di Pietro potrebbe convocare Grillo al Quirinale per l'incarico di formare il nuovo governo monocolore. Lo ripetiamo, per rassicurare chi comanda: è solo uno scherzo. Ma la scena merita di essere evocata solo per il gusto di immaginarne le conseguenze. Del resto è per questo che la stampa di palazzo dà tanto spazio alla bufala delle 56 case della famiglia Di Pietro. Il Corriere parla di "56 proprietà" (accostate maliziosamente ai "rimborsi all'Idv"). Il Giornale si accontenta di "36 proprietà in 7 anni" e aggiunge che "Grillo sta con i comunisti", senza contare che un suo consigliere regionale guadagna addirittura "3.500 euro al mese". Un nababbo. Come oggi dimostra Marco Lillo, visure catastali alla mano, le "case" di Di Pietro sono 3 (più 7 di moglie, tre dei figli e una della società di famiglia). Ma a chi interessa la verità?
La Stampa, giornale della Fiat che nasconde le rappresaglie di Marchionne chiamandole "mobilità", è stupita dalla "reazione 'garantista' dell'intero fronte 'giustizialista'. Di Pietro è difeso a sciabola sfoderata sia dal Fatto sia da Grillo". Non è chiaro che c'entrino
garantismo e giustizialismo con la matematica (11, non 56), ma pure quella diventa un'opinione. Il Corriere , altro giornale che scambia per "mobilità" le rappresaglie della Fiat padrona, si affida a Pigi Battista, già vice di Ferrara alla direzione di Panorama :
il noto maestro di giornalismo investigativo prende per buona la bufala delle 56 case e paragona Idv a un'"agenzia immobiliare"; irride alla base che "credeva alla parola del Capo, suffragata anche da sentenze favorevoli" (e quell'"anche" ne presuppone di contrarie, che però non esistono); infine esalta "le campagne del Foglio o di Facci, isolatissime nel mondo dei media" (infatti erano patacche, in parte sanzionate come diffamatorie). Ma il meglio lo dà Repubblica: la legittima aspirazione di Grillo a vedere Di Pietro sul Colle sarebbe "il primo passo di un preoccupante percorso politico"
di "un Movimento che già pensa a come prendere il potere e a come occuparlo": pare addirittura che 5Stelle partecipi alle elezioni per vincerle, praticamente un golpe. Per giunta perpetrato "aizzando i più biechi istinti giacobinisti" (non giacobini: giacobinisti) con una "somma di sfascio e di antipolitica" che mira a "ingannare i cittadini o architettare la distruzione del Paese": Grillo, nientemeno, "può contare su una decina di influencer con l'indice Klout superiore a 75 capaci di influenzare oltre 100 mila utenti internet" e "pilotare un milione di persone". La Spektre, col suo indice Klout (per non parlare del pollice verso e del medio alzato), marcia su Roma e nessuno fa niente: mala tempora currunt. Ecco: se evocare la scena di fantapolitica con Di Pietro al Quirinale e Grillo a Palazzo Chigi ci piace tanto, è proprio per indovinare l'effetto che farebbe. Noi, come sempre, staremmo all'opposizione.E i giornali che oggi fucilano i due nemici del popolo, si affretterebbero trafelati a titolare: "Noi, dipietristi da sempre", "Però, mica male questo Grillo".





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domenica 4 novembre 2012

Monito ergo sum
di Marco Travaglio



A leggere le cronache dal Quirinale degli ultimi giorni viene in mente "Questi fantasmi", quando Eduardo parla con i botti di fine anno, in crescendo: prima qualche petardino sommesso, poi le girandole, infine i grandi fuochi d'artificio. Nei giorni pari i quirinalisti scrivono che
il capo dello Stato pensa di anticipare le elezioni a febbraio, per essere lui a incaricare il nuovo premier e soprattutto bruciare sul tempo Grillo che, dicono i sondaggisti, avanza di un punto al mese. Nei giorni
dispari piovono le smentite, sotto forma di "fonti del Quirinale", o di tweet di Cascella, o di parole tratte dal quotidiano monito di King George:
mai pensato al voto anticipato, che vi siete messi in testa. Intanto però i notisti politici, curiosa sottospecie di cronisti che abitano i sottoscala e gli ambulacri del palazzo,
sensibilissimi al più impercettibile battito d'ali del potere, buttano lì una frasetta oggi e una domani su un imminente messaggio alle Camere del capo dello Stato. La scusa sarebbe quella di sollecitare i partiti -- che non ne hanno alcuna intenzione -- a cambiare il Porcellum.
Ma il sottotesto fra le righe è ben altro, comprensibile persino a chi, come noi, è sprovvisto dei codici di decrittazione dal quirinalese all'italiano: impedire con ogni mezzo una vittoria di Grillo, già paventata in passato
come il peggiore di tutti i mali e oggi ancor di più, dopo i risultati delle elezioni siciliane, e a maggior ragione,
dopo la boutade su Di Pietro al Quirinale. Così, dall'alto Colle, iniziano a udirsi i primi petardi e girandole, a filtrare
sussurri e borbottii, subito tradotti in sciame sismico dai quirinalisti, mandati avanti a sondare il terreno, dissodare le zolle, arare il campo e spianare la strada al Monito Supremo, il grande botto di Capodanno o anche prima.
Roba da far impallidire il monito sfuso della scorsa primavera, poco prima delle amministrative, contro
"i demagoghi di turno", che sortì l'effetto opposto a quello desiderato: a Parma vinse Pizzarotti proprio perché la gente era stufa dei demagoghi di turno. Che però non erano i grillini, ma i grassatori di destra e sinistra che avevano portato la città alla bancarotta.

Troppo vago dunque controproducente anche il monito
di dieci giorni fa a "tener conto dell'esperienza Monti":
i siciliani l'han preso talmente sul serio che sono rimasti
a casa o han dimezzato i partiti che sostengono Monti e premiato chi non lo sostiene. Ora, per evitare altri spiacevoli equivoci, bisognerà essere più espliciti, possibilmente indicando il nome e il cognome chi non bisogna votare. Squadre di insonni corazzieri,palafrenieri,
consulenti, giuristi di corte, scalfari e macalusi sono al lavoro notte e giorno sul Colle per trovare la formula più efficace per convincerci a salvare i partiti che ci hanno
rapinati e rovinati e a perpetuare la Repubblica più purulenta della storia dell'umanità.

Ci vorrebbe una telecamera nascosta per immortalare
una scena che pare il replay del Marchese del Grillo: quando il Papa, con le truppe napoleoniche alle porte di Roma, convoca al Quirinale la guardia pontificia per difendere il palazzo dai giacobini senza-Dio. E si ritrova di fronte un manipolo di nobili ottuagenari, gottosi e prostatici, che si reggono in piedi a stento: chi col girello, chi con la stampella, chi direttamente in barella, in uno
sferragliare di cateteri, flebo, pròtesi e cinti erniari, giurano tutti di combattere fino alla morte (bella forza). Ora, più di due secoli dopo, il Quirinale è di nuovo in pericolo: le truppe "giacobiniste" (copyright la Repubblica) a 5Stelle premono alle porte.

S'impone dunque un Supremo Monito all'altezza della gravità dell'ora. I più gettonati sono due. 1) "Vietato
votare per partiti fondati da comici o ex magistrati".
2) "Ma ci tenete proprio tanto a queste elezioni? E se stavolta saltassimo un giro e votassi solo io.


Continua...





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martedì 6 novembre 2012


L'editto liberale
di Marco Travaglio


Sostiene il liberale Eugenio Scalfari su Repubblica che il "Movimento 5 Stelle diventa un problema politico" perché gli elettori siciliani l'han votato più di tutti i partiti e soprattutto perché Santoro ha osato financo trasmettere "parecchi minuti" di immagini sulla traversata dello Stretto di Messina da parte di Grillo, "leader del populismo e dell'antipolitica", e di alcuni suoi comizi in Sicilia "infarciti di parolacce". L'ascolto medio è stato del "10,37", che "non è moltissimo" (solo il doppio di quando a La7 compare Scalfari), "ma sono comunque cifre significative". Il problema politico sta nel fatto che Grillo "fugge dalle tv ma le tv lo inseguono, lo riprendono, lo trasmettono" (peraltro Grillo fugge anche dai giornali, ma i giornali lo inseguono, lo citano, lo raccontano, Repubblica compresa, la qual cosa si chiama informazione, ma lasciamo perdere). Come se non bastasse, c'è pure "la Rete gremita di video sul Grillo comiziante e monologante, con milioni e milioni di contatti" (per la verità la Rete è pure gremita di video su politici comizianti e monologanti, che però purtroppo registrano scarsi contatti all'insaputa di Grillo, ma lasciamo andare). Insomma "Grillo gode di una posizione mediatica incomparabilmente superiore a qualunque altro leader politico di oggi e di ieri" (ohibò: ma non ha appena detto che Grillo "sfugge alle tv"? Non sa che sulla Rete ciascuno va liberamente dove gli pare? Ha idea di quanti milioni di italiani sono costretti ogni giorno, da mane a sera, da tempo immemorabile, a sorbirsi tutti i vecchi politici in tutti i programmi tv, da La prova del cuoco alla messa domenicale, eccetto forse, per ora, il segnale orario e il meteo, visto che i partiti occupano il Cda Rai, le reti, i tg e le Authority?). Così Grillo, senza spendere "un centesimo", ottiene "ascolto fino al prossimo comizio del quale sarà lui a decidere il giorno, l'ora e il luogo" (ecco: decide lui quando e dove fare i comizi, senza nemmeno una telefonata a Scalfari per sapere se abbia nulla in contrario). "Quale sia il programma del M5S resta un mistero" (almeno per chi non ha ancora imparato a cliccare sul blog di Grillo in alto a destra, alla voce"Scarica il Programma M5S"). Ma ora è allarme rosso, perché "sul suo 'blog' uno dei seguaci ha già costruito la futura architettura politica: al Quirinale Di Pietro, capo del governo e ministro dell'Economia Beppe, De Magistris all'Interno, Ingroia alla Giustizia, Saviano all'Istruzione". A parte Saviano, che per Scalfari "sarebbe una buona idea, ma il nostro amico non accetterebbe quella compagnia" altrimenti che amico sarebbe?, "per gli altri nomi c'è da rabbrividire e chi può farebbe bene a espatriare". Ecco: chi non rabbrividì e non espatriò con B. al governo, Mancino o Schifani al Senato, Casini o Violante alla Camera, Tremonti all'Economia, Mastella o Castelli o Alfano alla Giustizia, Maroni o Mancino o Amato all'Interno, Bossi o Calderoli alle Riforme, Gelmini all'Istruzione,
dovrebbe farlo ora al solo sentir pronunciare i nomi di Grillo, Di Pietro, Ingroia, De Magistris e altri pericolosi incensurati. Tantopiù che -- rivela Scalfari -- sta per rinascere un "partito d'azione" con "Flores, Travaglio, Santoro" e altri "disturbati". "Resta da capire -- domanda Il liberale Scalfari -- perché mai alcune tv si siano trasformate in amplificatori del populismo eversivo": giusto, che aspetta La7 a chiudere Servizio Pubblico cacciando Santoro e gli altri disturbati? Altrimenti non restano che due soluzioni:
1) espatriare (intanto l'unico che espatria è Ingroia);
2) convincere l'amico Monti a istituire una nuova tassa: chi guarda un video di Grillo dovrà guardarne anche uno a scelta di Bersani, Casini, o Alfano; alla terza visione grillesca, scatta la progressività dell'imposta e si aggiunge l'ascolto obbligatorio di un monito di Napolitano. Integrale




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mercoledì 7 novembre 2012

Pari e dispari
di Marco Travaglio


Ormai i politici non vanno neppure alla toilette senza domandarsi: "E Grillo?". Figuriamoci se possono votare la legge elettorale a prescindere. Dicono di puntare alla "governabilità", a "coalizioni coese", a "ridare la parola agli elettori". In realtà la governabilità c'è in tutte le democrazie con le più svariate leggi elettorali. La coesione delle coalizioni non dipende dai sistemi di voto. E la parola ai cittadini si può ridare anche col Porcellum, facendo le primarie non per il premier o il leader, ma per
i candidati da mettere nelle liste bloccate. Quante scuse per nascondere l'unico pensiero, anzi incubo, di lorsignori: Grillo. Prima delle elezioni siciliane,
quando i sondaggi davano il M5S secondo partito a 10 punti dal Pd, avevano deciso di tenersi il Porcellum, che regala il 55% dei seggi alla Camera al primo partito o coalizione. Ma ora il primo partito rischia di essere quello di Grillo, come in Sicilia, dunque bisogna fare in modo che chi arriva primo non vinca. Impresa non facile, ma nemmeno impossibile. Mentre gli house organ e i trombettieri dei partiti s'interrogano pensosi sulla mancanza di democrazia interna del M5S perché il leader dice vaffanculo, orgasmo e punto G, o perché diserta i talk show, le massime cariche e istituzioni dello Stato sono impegnatissime in una missione di alta democrazia: impedire a chi vince le elezioni di governare. Ieri Pdl, Lega e Udc han dato vita a una bella rimpatriata, come ai vecchi tempi dei primi due governi B., votando un emendamento al Porcellum che riserva il 55% dei seggi di Montecitorio non più al primo classificato tout court, ma al primo classificato che superi la soglia anti-tutti del 42,5%. Cioè a nessuno: Grillo non si allea con nessuno, dunque al 42,5 non arriverà mai; il Pd, prima del voto, si allea solo con Vendola e astutamente respinge l'Idv (con Casini si sposerà solo dopo, se no gli elettori lo sgamano), quindi il 42,5 se lo sogna; Pdl e Lega ormai sfuggono ai radar, non per-venuti. Insomma la nuova legge è fatta apposta per tenere M5S fuori dalla stanza dei bottoni e garantire a B. un ruolo determinante per ogni futura maggioranza anche col 10%, perpetuando l'ammucchiata che ora tiene in piedi Monti. Dunque: Monti-bis con tutti dentro, tranne Di Pietro (se supera il quorum del 5%) e ovviamente M5S. Bersani, uccellato dall'amato Casini, nella cui affidabilità poteva credere solo lui, protesta: "Qualcuno teme che governiamo noi". E così confessa che gli stava bene il Porcellum modello base: anche lui non vuole una legge elettorale equa e valida per il Paese, ma solo un escamotage di bottega che mandi al governo il Pd. Infatti la Finocchiaro annuncia un controemendamento per dare "il 54% dei seggi a chi prende il 40% dei voti" (sai che differenza), così magari con Vendola e qualche frattaglia il Pd ce la fa. Napolitano se la ride: non ha mai fatto mistero di non volere Bersani (o Renzi) a Palazzo Chigi e di auspicare una legge elettorale che tagli fuori Grillo e non faccia vincere nessuno, a parte chi alle elezioni nemmeno si presenta: Full Monti. Il quale, travestito da Cincinnato, finge di non tenerci affatto a restare al suo posto. Ma proprio ieri ha definito "possibile" un intervento del governo per cambiare la legge elettorale per decreto a sei mesi dal voto: roba che nemmeno in Bielorussia. Noi, stando così le cose, buttiamo lì un'ideuzza che taglia la testa al toro, risparmiando ai partiti ulteriori sputtanamenti: si torni alla prima proposta Violante che, scambiando le elezioni per le Olimpiadi, dava il premio di maggioranza ai primi tre partiti classificati: oro, argento e bronzo (soprattutto bronzo). Ma con un piccolo correttivo: siccome Grillo è il secondo partito, il premio andrà solo ai partiti dispari. Cioè al primo e al terzo. E la democrazia sarà salva.


COM'è possibile su facebook si e quì no !?!



*decrescita e speranza e dimenticanza.....
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MessaggioInviato: Mer Nov 07, 18:46:51    Oggetto:  
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Marco Travaglio ha scritto:
Napolitano se la ride: non ha mai fatto mistero di non volere Bersani (o Renzi) a Palazzo Chigi e di auspicare una legge elettorale che tagli fuori Grillo e non faccia vincere nessuno blablabla e minchiate varie...

Per citare un'espressione cara al mio amico Tigre della Malora (da lungo tempo purtroppo assente), Travaglio si è trasformato in un vero AK-47 sparaminchiate.
"Napolitano se la ride"... "non ha mai fatto mistero di non volere Bersani o Renzi"...
Ma da dove le tira fuori, 'ste cose?

Lasciamo stare quanto sia simpatico o antipatico Napolitano, o se sia un delinquente o un galantuomo. In questo contesto è irrilevante. Lasciamo stare anche quanto faccia schifo la legge elettorale che ci stanno scodellando (per inciso, io sono per il proporzionale puro).

Quello che è rilevante è questo: quanto detto su Napolitano è verificato e verificabile? In caso contrario, non posso che concludere che Travaglio è l'ombra del giornalista che fu (o più probabilmente: che credevo fosse).

"Non fare mistero di qualcosa" (nel caso specifico, di non volere un premier del PD), al paese mio, significa esplicitare qualcosa, o almeno non preoccuparsi di tenerlo nascosto. Questo, naturalmente, se la lingua italiana non è un'opinione.
Quindi: o Travaglio è un semianalfabeta che non capisce nemmeno quello che scrive, oppure gradirei vedere le fonti di quanto afferma.
Un grazie in anticipo a chi avrà la bontà di mostrarmi queste fonti, se esistono.
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MessaggioInviato: Mer Nov 07, 19:32:09    Oggetto:  
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Orientalista Partenopeo ha scritto:

"Napolitano se la ride"... "non ha mai fatto mistero di non volere Bersani o Renzi"...
Ma da dove le tira fuori, 'ste cose?


Da un punto di vista puramente giornalistico, probabilmente Travaglio non è stato impeccabile, perchè, effettivamente, Napolitano non ha mai detto cose del genere.
Tuttavia probabilmente l'affermazione è corretta nel merito, nel senso che appare evidente che Napolitano preferirebbe la rielezione di Monti.
Diciamo che a conti fatti è un'opinione di Travaglio e non un'informazione verificate, anche se decisamente verosimile.

L'unica fonte possibile che mi viene in mente per sostenere questa idea è la frase di Napolitano in cui invita agli elettori a "tenere conto dell'esperienza del governo Monti" : il che, tradotto dal politichese, vuol dire "votate Monti".
Presumendo che il PD decida di correre alle elezioni contro Monti (cosa ora più lontana, a dire il vero) e presumendo che Monti sia sostenuto da tutti i partiti maggiori, dando per scontato che Napolitano non considera minimamente i movimenti minori, in quella frase si può implicitamente leggere una contrarietà al PD al governo.

Ecco, magari la frase di Travaglio di attribuire a Napolitano ostilità al PD è un po' forzata, ma credo molto realistica in fondo.

_________________
"La politica è stata definita la seconda più antica professione del mondo. Certe volte trovo che assomigli molto alla prima."
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giovedì 8 novembre 2012

Editti e ditte
di Marco Travaglio


Personalmente ho sempre amato fare a modo mio, non tollerando altre regole che quelle del Codice penale. Perciò non ho mai preso tessere: mai iscritto a partiti, associazioni, circoli, movimenti, gruppi, conventicole,logge. Dunque comprendo l'insofferenza dei dissidenti di 5Stelle, i celeberrimi consiglieri emiliani Favia e Salsi, alle regole interne del movimento fondato da Grillo e Casaleggio. L'uno vorrebbe candidarsi alle politiche, ma non può farlo perché ha già due mandati in consiglio regionale. L'altra vorrebbe partecipare ai talk show, come ha fatto a Ballarò, subito rimbeccata dal fondatore a
colpi di punto G. Comprendo anche l'insofferenza di Massimo Donadi, dirigente Idv da 10 anni, parlamentare da tre legislature, capogruppo alla Camera da due, per il movimentismo di Di Pietro che osa criticare il Pd, Monti, Napolitano e simpatizza financo per Grillo. Ma benedetti ragazzi: perché vi siete iscritti a 5 Stelle o all'Idv, se non vi piacciono Grillo o Di Pietro? Grillo, da quando fa politica, ha sempre attaccato certi talk show, considerandoli i salotti dei partiti, rifiutando di esserne ospite e raccomandando ai suoi di non cascare in quella che considera una trappola. Ergo chi muore dalla voglia di accomodarsi su quelle poltrone non ha che da iscriversi a uno qualunque degli altri partiti o movimenti, che in tv bivaccano da mane a sera. Se invece si iscrive a 5Stelle e viene eletto, sicuramente in virtù del proprio poderoso consenso, ma forse anche un po' grazie al faccione di Grillo sul simbolo, non ha che due strade: proporre regole diverse e sperare che vengano approvate; o dimettersi e fondare un nuovo movimento con le proprie regole. Idem per Di Pietro: è forse una novità, o un mistero, che l'ex pm abbia fondato un movimento personale, manifestato con Grillo, criticato gli inciuci del Pd, stigmatizzato le firme di Napolitano sulle leggi vergogna di B., contrastato tutti i provvedimenti di Monti& C.? Donadi queste cose dovrebbe averle almeno notate: era il capogruppo, non un passante. Poi ci sono i giornali di palazzo, ridotti a formicai impazziti mentre la terra trema e frana. Non scrivono un rigo su un governo mai eletto da nessuno e su una legge elettorale-truffa che dovrebbe perpetuarlo in eterno. Non dicono una parola se la Fornero caccia la stampa dagli incontri pubblici o quando ministri piovuti da Marte rifiutano di rispondere ai cronisti, preferendo i trombettieri di corte. Ma lanciano l'allarme democratico perché Grillo diserta e fa disertare i talk. Il Giornale, house organ di un partito-ditta che non fa un congresso dall'era mesozoica, parla di "editto bulgaro di Grillo". Anche Corriere e Unità parlano di "editto", evocando incauti paralleli con quello di B. del 2002. Forse è il caso di rammentare a lorsignori che B. nel 2002 era presidente del Consiglio, controllava Rai e Mediaset, ordinò ai dirigenti delle tv nominati da lui di cacciare Biagi, Santoro e Luttazzi e fu prontamente esaudito. Grillo è un privato cittadino, non controlla nemmeno una tv di quartiere e non ha mai chiesto di cacciare un conduttore o chiudere un programma: ha detto semplicemente ai suoi di non partecipare (anzi, di farsi intervistare, ma di evitare certi talk). Pigi Battista, che grazie all'editto bulgaro divenne conduttore televisivo al posto di Biagi, scrive che "in tv può andarci solo il Capo onnipotente" (di grazia, in quale tv sarebbe andato Grillo, peraltro a nostra insaputa?) "e chi sgarra fuori dalle scatole" (strano: a noi risulta che chi ha "sgarrato", come Favia e la Salsi, siano felicemente consigliere regionale e comunale). Ma forse Battista si riferiva a Monti e ai suoi ministri, che da un anno si scelgono gli intervistatori più graditi, infatti rifiutano di confrontarsi con Servizio Pubblico. Editto tecnico?





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venerdì 9 novembre 2012



Carte false
di Marco Travaglio


A che serve una rettifica? A ristabilire la verità, nell'interesse delle vittime di una notizia errata o imprecisa: cioè la persona coinvolta e i lettori (o ascoltatori o telespettatori o utenti web). Ogni tanto, però, la verità è nell'articolo contestato, non nella rettifica (nel
qual caso il giornalista replica alla rettifica e dimostra, carte alla mano, di avere scritto la verità). Questo concetto, comprensibile anche a un mezzo minorato, non entra in testa alla maggioranza dei parlamentari, che stanno varando una legge (per salvare dalla galera Sallusti, suo malgrado) che obbliga a pubblicare le rettifiche integrali (anche chilometriche) e senza replica. Il che presuppone che il giornalista menta sempre, programmaticamente. Così l'ultima parola l'avrà sempre chi rettifica, anche se mente sapendo di mentire. Così i cittadini prenderanno per buone anche le menzogne. Giovedì scorso, a Servizio Pubblico, ho citato alcuni politici, quattro dei quali hanno inviato a Santoro una richiesta di rettifica. Il primo è l'ex presidente dell'Antimafia Francesco Forgione (Prc): nega di essersi opposto nel 2006 alla proposta Licandro-Napoli (Pdci-An) di vietare l'ingresso in Antimafia a imputati e condannati per mafia e reati contro la PA perché ciò avrebbe affievolito "le prerogative dei parlamentari". Eppure Rifondazione votò contro quella norma e Forgione spiegò (Ansa, 6.12.2006 ore 19.13): "Ho difeso in modo convinto le prerogative delParlamento e dei parlamentari", aggiungendo che il problema andava risolto in altro modo. Il secondo è Giampiero D'Alia dell'Udc: "Travaglio
ha citato una mia dichiarazione (presumo estrapolata da atti parlamentari) dalla quale si evincerebbe la mia contrarietà a impedire l'ingresso in Antimafia a parlamentari sottoposti a procedimenti penali... Mi spiace dover contestare l'infondata ricostruzione...". Segue pappardella di varie pagine. Ma io non ho estrapolato un bel niente: ho citato l'Ansa 14.6.2006 ore 20.37 che riporta il giudizio di D'Alia contro la proposta Napoli-Licandro: "Si creerebbe una disparità inaccettabile, tanto
è vero che nessuno mai ha pensato di mettere dei paletti del genere nell'istituire la commissione. Il rischio infatti... è che possa far parte dell'Antimafia chi è stato condannato ad esempio per falso in bilancio, mentre resterebbe fuori uno indagato per abuso d'ufficio". Anche l'Udc, in aula, votò contro. Il terzo, Paolo Cirino Pomicino, scrive a Santoro che è falsa la sua condanna -- da me citata -- per corruzione, poi aggiunge una supercazzola: "L'episodio a cui il tuo solito collaboratore si riferisce è forse il patteggiamento che la Procura di Milano mi chiese insistentemente su accuse che non stavano in piedi". Indovinato: parlavo proprio dell'accusa di corruzione per i fondi neri Eni, così infondata che Pomicino patteggiò 2 mesi in aggiunta ai 18 già totalizzati
per la maxitangente Enimont. Il quarto è Nino Dina, cuffariano di ferro, rieletto deputato regionale in Sicilia al seguito di Crocetta. I suoi legali contestano la "falsa notizia" che Dina fu "indagato e prosciolto per concorso esterno" e chiedono "di precisare senza commenti che non ha mai ricevuto avvisi di garanzia", altrimenti ricorreranno all'Agcom e "iniziative penali e civili". Ora, è vero che Dina non ha ricevuto avvisi di garanzia: infatti non l'ho mai detto. Ho detto che fu indagato e prosciolto, e sono stato fin troppo generoso, visto che la Procura ha chiesto la sua archiviazione nell'aprile 2010, ma non risulta che il gip abbia ancora deciso. Ecco: se il bavaglio-porcata fosse già in vigore, Forgione e D'Alia potrebbero far credere agli italiani di non aver mai detto ciò che hanno detto, Pomicino di non avere pene per corruzione e Dina di non aver mai subìto indagini per mafia. In nome della libertà d'informazione, of course .




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sabato 10 novembre 2012

Due pesi e due Schifani
di Marco Travaglio


Dopo Servizio Pubblico si chiude il caso Di Pietro che, depurato dalle balle e dalle inesattezze che l'hanno costellato, si riduce ad alcune sconvolgenti scoperte (peraltro note da anni): nel 1995 una ricca signora donò 1 miliardo di lire per sostenere l'allora pm in aspettativa, bersagliato da processi infondati a Brescia su denuncia di alcuni amici di B.; la stessa cifra fu donata a Prodi che, diversamente da Di Pietro, era già in politica; Di Pietro usò la donazione personale in parte acquistando una casa a Busto Arsizio, dove poi tenne le prime riunioni della nascente Idv, in parte per metterla in piedi, finanziata com'era dalle sue tasche e da contributi spontanei (l'Idv entrò in Parlamento solo nel 2006); la prima Idv era controllata da un'associazione omonima formata da Di Pietro, dalla moglie e da un paio di fedelissimi, per evitare (in pieno regime berlusconiano)
che qualche infiltrato scalasse il partito; nel 2009 l'Idv cambiò statuto e si aprì a una gestione più collegiale; in un paio di casi Di Pietro affittò propri immobili al partito, a canoni ribassati rispetto a quelli di mercato, una volta in seguito a un improvviso sfratto; nel suo appartamento romano furono ricavate due stanze per l'amministrazione Idv, tinteggiate e ammobiliate con fondi del partito (7 mila euro), dopodiché il mobilio fu trasferito nella nuova e più ampia sede. Per aver manipolato ad arte queste vicende, insinuando un uso personale di fondi pubblici, il Giornale e le sue fonti (riproposte senza prese di distanze da Report) sono stati condannati tre volte dal Tribunale civile di Monza a risarcire Di Pietro con 344 mila euro per le falsità e le diffamazioni subìte. Motivo: "Il postulato di fondo è la presunta commistione tra il patrimonio immobiliare personale di Di Pietro e quello del partito Idv... che -- nonostante l'archiviazione del procedimento penale che si è occupato della questione -- viene comunque prospettata quale congettura sottesa agli interrogativi del giornalista, all'evidente scopo di screditare la credibilità e l'immagine del leader" con "volute inesattezze e reticenze, così da accreditare la tesi del giornalista che, interrogandosi sulle proprietà immobiliari di Di Pietro e dei suoi familiari
('Ma quante case ha l'onorevole Di Pietro? E con quali soldi le ha comprate?') in rapporto ai redditi dallo stesso dichiarati e al patrimonio della società immobiliare di sua proprietà (Antocri)... intende chiaramente alimentare il dubbio che gli acquisti siano frutto di un illecito storno per fini privati dei fondi del partito e quindi anche dei rimborsi elettorali". Il Tribunale di Roma, archiviando analoghe denunce dell'ex dipietrista Di Domenico, ha stabilito che "anche in punto di fatto, prim'ancora che nella loro rilevanza giuridica, i sospetti avanzati in merito alle citate operazioni dell'avv. Di Domenico sono risultati infondati", "non essendo in alcun modo emerso che Di Pietro ebbe a trarre personale vantaggio dalle operazioni ai danni del partito". Di queste sentenze nessuno dei censori di Di Pietro ha tenuto conto. Ma ora hanno la grande occasione per riscattarsi: riservare lo stesso trattamento ad altri politici. Per esempio Renato Schifani. Non per motivi penali (la Procura di Palermo chiede l'archiviazione dell'indagine per mafia). Ma morali, se è vero che -- come anticipato dalla Stampa -- i pm confermano i suoi rapporti con uomini di mafia. E da ieri anche per motivi politici: il noto statista ha dichiarato che per la legge elettorale "ce la sto mettendo tutta, altrimenti Grillo dal 30 va all'80%". Viva la faccia: la seconda carica dello Stato confessa che la legge elettorale serve a impedire a una lista di vincere le elezioni. Si attendono con ansia indignati commenti e reportage dei censori di Di Pietro. Anche per sfuggire a un fastidioso sospetto, ben descritto a suo tempo da Longanesi: "Credono che la morale sia il finale delle favole".




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domenica 11 novembre 2012


Decalogo per Grillo
di Marco Travaglio


Dopo il dodecalogo del perfetto pentastelluto (copyright Vauro) pubblicato sul suo blog, ci permettiamo un decalogo di consigli non richiesti a Beppe Grillo.
S come sorridere. Quando nessuno lo prendeva sul serio, Grillo faceva benissimo a prendersi sul serio. Ora che tutti lo prendono sul serio, dovrebbe tornare a ridere o almeno sorridere, anche di sé. I musi lunghi e i denti digrignati li lasci ai politici, che del resto ne hanno ben donde.
F come forza. Come insegna il celebre slogan di Mitterrand, "Una forza tranquilla", non c'è forza senza tranquillità.
La forza di Grillo è troppo aggressiva, dunque ansiogena e poco rassicurante.
Anche per i suoi giovani candidati ed eletti, che spesso appaiono terrorizzati dagli anatemi del Capo. Un abbraccio
pubblico a Favia o alla Salsi, con annessa spiegazione delle critiche ai loro comportamenti, gioverebbe.
I come insulti. Molti di quelli che Grillo riserva alla casta politica e ai suoi trombettieri a mezzo stampa e tv sono sacrosanti. Ma ora la casta è morente e anche i suoi turiferari iscritti all'Albo si sentono poco bene: il dispetto più feroce, d'ora in poi, è ignorarli.
G come giornalisti. Attaccare quelli che ti criticano è un malvezzo dei politici peggiori, infatti càpita quasi soltanto in Italia. Molto meglio confutare le critiche nel merito.
T come televisione. Tutti i massmediologi concordano: il grillino nei talk show dei politicanti è come il cane in chiesa. Fuori posto. Secondo la massima di Arthur Bloch: "Non discutere mai con un idiota: la gente potrebbe non notare la differenza". Però vietare sempre e comunque a candidati ed eletti di andare in tv è un errore da matita blu: la libera stampa, quando è libera e rappresenta i cittadini, ha diritto di fare domande e obiezioni, e il candidato e l'eletto hanno il dovere di rispondere.
R come rete. Il web è un canale fondamentale per trasmettere i messaggi, anche perché interattivo. Ma molti italiani, per età, formazione, provenienza geografica, il computer non ce l'hanno e/o Internet non lo frequentano. Leggono i giornali, ascoltano la radio, guardano la tv.
E votano come i giovani internettari. Chi si candida al Parlamento non può ignorarli né tagliarli fuori, anche perché sono il grosso degli astenuti.
P come programma. Non è vero che M5S non ce l'ha, basta cliccare sul blog alla voce "Programma". Ma è ancora uno scarno elenco di buone intenzioni, senza spiegazioni sul "come" e sul "con quali soldi". E mancano voci decisive come la lotta alla criminalità economica, prima causa della crescita zero dell'Italia; lotta alla criminalità organizzata, seconda causa; riforma della giustizia per farla funzionare a costo zero, anzi guadagnandoci. Tanti magistrati e giuristi potrebbero dare consigli interessanti per rimpolpare il programma.
E come euro. Invocare un "referendum sull'euro" è dire tutto e niente: come si vive con l'euro lo sappiamo, come si vivrebbe tornando alla lira (sempreché sia possibile) non lo sa nessuno. I salti nel buio sono controproducenti, perché spaventano gli elettori. Urge spiegazione, possibilmente convincente.
C come candidati. Inevitabile mettere in lista i pentastelluti iscritti fino a un anno fa, per evitare l'assalto last minute di opportunisti e riciclati. Ma il bello dei ragazzi di M5S, la giovane età e l'inesperienza, è un vantaggio in Parlamento, mentre al governo è un handicap. Lì ci vuole gente esperta e competente: indicare al più presto i nomi di chi, in caso di vittoria elettorale, sarebbero il premier e i ministri.
R come riccioli. Potare quelli del guru Gianroberto Casaleggio: perderebbe subito tutto il suo luciferino alone di mistero.




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lunedì 12 novembre

Ma mi faccia il piacere
di Marco Travaglio


L'untore. "Così Zambetti aiutò le cosche. L'ex assessore
di Formigoni resta in carcere. Il Riesame conferma: permise alla 'ndrangheta di infiltrarsi nella pubblica amministrazione" (La Stampa, 7-11). O alla pubblica
amministrazione di infiltrarsi nella 'ndrangheta.
Decrescita infelice. "Stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità. E naturalmente non possiamo permettercelo. Bisogna ridurre i consumi" (Gianfranco Polillo, sottosegretario all'Economia, Libero. 7-11). Parlava dei membri del governo.
Animal House. "Non appoggio Alfano, ho un dinosauro
nel cilindro" (Silvio Berlusconi, la Repubblica, 9-11).
Voleva dire un caimano.
Chiamami Peron. "Così sta nascendo il Polo G. Prende corpo una coalizione giustizialista (e peronista) intorno a
Grillo, il Fatto, parte dell'Idv. Il nume tutelare è Ingroia. Primo test in Lombardia con Dario Fo?" (Pubblico, 9-11).
Hanno dimenticato Giovanni Rana.
Il Polo della Crusca. "Il commento antisemita non per
questo è meno imbarazzante per l'animus e la sottocultura che rivelano...". "Gad Lerner, di Marco è anche suo amico...". "Peccato che questa sia una vera e propria falsificazione: Grillo abbia definito Fazio..."
(L.T., Pubblico, 9-11). Io per me la barba me la faccio
da sé.

Mister Clean. "Al di là della legge sull'incandidabilità dei
condannati e dei principi di civiltà giuridica, i partiti possono sempre compiere un'attività di self-cleaning delle proprie liste, com'è giusto che sia" (Franco Frattini, Corriere della sera, 5-11). Funziona così: Dell'Utri decide se Dell'Utri è candidabile o no, Casentino decide se Cosentino è candidabile o no... Self service.
Self Colf. "Il Tg1 potrebbe condurlo anche la mia colf filippina" (Clemente Mimun, Panorama, 14-11). L'ha condotto persino Mimun.
Self corruption/1. "Sul Lodo Mondadori noi non abbiamo
corrotto nessuno, mio padre è stato prosciolto" (Marina Berlusconi, 6-11). Suo padre è stato prescritto e il giudice Metta lo corruppe Previti. Ovviamente a sua insaputa.
Self corruption/2. "Qualcuno dovrebbe spiegare all'ingegner De Benedetti che, sul Lodo Mondadori, il silenzio è d'oro" (Marina Berlusconi, 6-11). Si son comprati pure il silenzio?
Il bacio della morte. "Comunque vada, Obama ha perso" (Maria Giovanna Maglie, Libero, 6-11). In quel preciso istante Obama capì di avere delle chances.
La supercazzola. "Combattere sprechi e inefficienze con una nuova strategia nazionale d'intervento (...) assieme al senso di responsabilità di tante amministrazioni e movimenti meridionali, per correggere le storture
di vecchi regionalismi e localismi clientelari (...). Riconoscere la nuova natura del conflitto non più solo come l'antagonismo classico tra impresa e operai,
ma il mondo complesso dei produttori, cioè delle persone
che pensano, lavorano e fanno impresa" (dalla "Carta di intenti" del Pd che l'elettore del centrosinistra dovrà firmare per votare alle primarie). Urgono sottotitoli.
Genital party/1. "Angelino è il meglio fico del bigoncio" (Silvio Berlusconi nel nuovo libro di Bruno Vespa, 8-11). "Angelino i coglioni, anziché sotto, li ha intorno" (Guido
Crosetto, Pdl, Libero, 10-11). Comunque sia, urge intervento chirurgico.
Genital party/2. "Pussy Riot è un nome lezioso che fa sorridere e ispira tenerezza: 'la rivolta delle gattine'" (Roberto Saviano, Che tempo che fa, Rai3, 5-11). Eh, ecco finalmente spiegato il significato di pussy: gattina. E noi chissà che ci credevamo. Gatta ci cova.


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martedì 13 novembre

Merlo, parlando con pardon
di Marco Travaglio


C'era una volta un giornalista spiritoso e corrosivo, magari un po' barocco, ma sempre controcorrente, provocatorio, sorprendente, mai scontato, un talento satirico naturale.
Si chiamava Francesco Merlo. Poi dev'essergli successo qualcosa, a parte il trasloco
dal Corriere a Repubblica. E ha cambiato strumento di lavoro: al posto della penna intinta nel curaro, l'estintore che spruzza schiuma ignifuga. È diventato un pompierino polveroso, un tutore del politicamente corretto, un monsignor Della Casa delle buone maniere, un linosotis del bon ton. Ieri ha scritto su Repubblica un'intera pagina col ditino alzato contro i terribili rischi che corre l'Italia a causa della "gogna" allestita da Grillo
e dalla sua "setta". I quali -- horribile dictu -- "storpiano i nomi". E giù una lista di nomignoli che dovrebbero indignare i lettori, mentre naturalmente li rallegrano: "Napolitano è Morfeo, Monti è Rigor Montis, la Fornero è Frignero, Veronesi è Cancronesi, Bersani è Gargamella, Formigoni è Forminchioni", per non parlare di "Fazio Strazio" e "Azzurro Caltagirone" (cioè Casini). Mancano Psiconano, Testa d'Asfalto, Pisapippa. C'è invece, con notevole salto logico, un'antologia dei peggiori commenti
tratti dal blog di Grillo. C'è chi insulta Lerner in quanto ebreo (orrore subito rimosso dallo staff di Grillo, ma questo non viene detto), chi ce l'ha con la grande finanza, con l'America, con Israele e chi addirittura "odia i treni" e preferisce le bici o vorrebbe "la banda larga" (la gravità eversiva di queste due ultime posizioni non sfuggirà ai più). Il giochino è tanto facile quanto truffaldino: in ogni social network, non solo in quelli grillini, si trovano commenti volgari, eversivi, complottisti, razzisti, nazisti, stalinisti, antisemiti. Il web, proprio perché immediato e incontrollato, è anche questo: qualcuno l'ha paragonato alle pareti dei cessi pubblici. Ma che c'entrano con tutto ciò i soprannomi e le battutacce di Grillo? Lo capiscono tutti che è un linguaggio figlio della pasquinata, della goliardia, della commedia dell'arte. Invece, per Monsignor Merlo, "il nome storpiato è una tecnica antica della destra italiana", ma anche di Fede e financo di Dagospia, che con la destra e la sinistra c'entra come i cavoli a merenda. Dunque Grillo è un fascistone che "brucia simbolicamente il nemico", ma anche un brigatista rosso, visto che emette "comunicati con la numerazione progressiva, come le Br". Un emulo di Gheddafi. E persino un "erede del giornalismo berlusconiano: disprezzo, insulto, gogna, neppure una parola ispirata alla vera carità". Però. È un vero peccato che non sia più fra noi Mario Melloni in arte Fortebraccio, comunista così (con due pugni alzati): quello che nei suoi corsivi quotidiani sulla seriosa Unità scorticava i "lorsignori" della Dc, del Psi, del Pli, ma soprattutto del Psdi con nomi più pittoreschi e scarnificanti, per non parlare di Ronchey ("l'Ingegnere" o "Sir Cavoretto"), Agnelli ("l'avvocato Basetta"), e l'eterno rivale Montanelli (fondatore del "Geniale"). Se n'è andato purtroppo anche Sergio Saviane, che sull'Espresso inventò non solo "mezzibusti" e le "frìtole", ma pure "Barbiellini Umidei", "Letta-Letta", "Topogigio Levi", "Al Capino Caracciolo", "Fenomeno Biagi" e "Benitocraxi". Per fortuna sono vivi
Roberto Benigni, con le sue battute su B. basso e Ferrara grasso. E Michele Serra, che sul settimanale Cuore coniò "Bottino Craxi", "Craxitustra", "Mario Seni", "Nano ridens" con "fratello scemo" al seguito e politici con "la faccia come il culo". Fortebraccio, Saviane, Benigni e Serra: tutti fascistoni (o brigatisti) a loro insaputa? Oppure, più semplicemente, Merlo è di cattivo umore o ha mangiato pesante?
Ps. Merlo non è un nome storpiato. Si chiama proprio così.






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Mi piacciono molti questi articoli di Travaglio su Scalfari e gli altri di Repubblica, che da quando è caduto Berlusconi, si è trasformato in un fogliaccio buono giusto per incartare il pesce.
In certi articoli Scalfari & co. scadono veramente nel ridicolo : una piaggeria imbarazzante esattamente speculare a quella del Giornale, con l'unica differenza che il loro nume tutelare non è Silvio ma Napolitano o uno dei suoi.
Io lo dicevo anche in tempi non sospetti, ma diciamocelo francamente : per anni ci siamo fatti andare bene Repubblica solo perchè era una formidabile fonte di informazioni contro Berlusconi, con una elevatissima diffusione. Caduto lui, è venuta fuori la sua vera natura, per nulla dissimile da quella del resto della stampa italiana.

Certo, a Travaglio verrebbero anche meglio queste cose se non avesse lavorato per anni in questi giornali stile Repubblica o l'Unità...non ho mai digerito quell'idea che bisogna accontentarsi di qualunque pezzo di carta che ti lasciasse pubblicare un articolo. Fortuna che adesso c'è il Fatto.

_________________
"La politica è stata definita la seconda più antica professione del mondo. Certe volte trovo che assomigli molto alla prima."
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mercoledì 14 novembre

Csx Factor
di Marco Travaglio


L'interesse con cui il pubblico di Sky e dei social network ha seguito il confronto all'americana dei cinque candidati del centrosinistra dimostra la sete di politica che serpeggia in Italia. Onore agli sfidanti di Bersani, Renzi in primis, per aver imposto al Pd una tenzone inizialmente esclusa dallo statuto del partito. E onore a Sky per l'impeccabile allestimento. Ma ciò non significa, diversamente da quel che sostiene qualcuno, che il format Csx Factor possa o debba sostituire i programmi
di approfondimento giornalistico: quelli che per comodità chiamiamo talk show, e che non sono tutti uguali.Ci sono quelli fatti col bilancino Cencelli travestito da par condicio, tipo Porta e Porta e Ballarò, e quelli più irregolari e scapigliati, che seguono l'attualità e i suoi protagonisti senza allestire il solito presepietto della destra, del centro e della sinistra con rispettive claque, tipo Infedele , Piazzapulita e Servizio Pubblico (ma anche Secondo voi di Del Debbio). Nei primi due il contributo del giornalismo è scarso: ciò che conta è il verbo (o la rissa) dei politici. Negli altri domina il punto di vista del conduttore, che seleziona inchieste e domande, inchiodando (quando ci riesce) i suoi ospiti per saggiarne la coerenza e la credibilità. Nei primi due, ciascuno può dire tutto e il contrario di tutto, senza tema di smentite. Negli altri è più difficile, perché il punto di partenza non sono le parole del politico, ma la realtà vera con cui il politico deve misurarsi. Il confronto all'americana è un terzo genere di talk show (sempre show è), dov'è più difficile mentire che nel primo e più facile che nel secondo, ma è comunque più facile svicolare. Tant'è che i docenti dell'Università Tor Vergata reclutati per testare la veridicità dei dati enunciati dai cinque sono rimasti disoccupati: i discorsi erano talmente vaghi che non c'era praticamente niente da testare. E proprio questo è il punto: le obiezioni da muovere ai presunti Magnifici Cinque non erano materia da professori, ma da giornalisti. Perché attengono alla maggiore o minore credibilità dei candidati che prendono questo o quell'impegno. Ma questi elementi, fondamentali per la scelta degli elettori, sono programmaticamente esclusi dal format di Sky: l'unico giornalista è il bravo conduttore che imbecca i suoi ospiti con domande precotte, cioè lancia assist per consentire loro di esporre il programma. Se Bersani vuole privatizzare le società partecipate dai comuni, non c'è statistico di Tor Vergata che possa replicargli: "Scusi, ma l'anno scorso non ha messo il cappello sul referendum contro la privatizzazione delle società partecipate?". Spetta al giornalista. Che naturalmente nel talk show fa la figura del piantagrane, dell'agente del nemico. Idem se Vendola propone la sua mitica Puglia come ombelico del buongoverno: è la stessa regione degli scandali della malasanità, del dolce far nulla sui veleni killer dell'Ilva, delle voragini di bilancio, del ciclo dei rifiuti appaltato ai Marcegaglia? Se Renzi parla di tagliare le spese alla casta, chi parlerà delle obiezioni della Corte dei conti sulle mega-spese inutili della sua Provincia di Firenze? Lo stesso vale per la questione morale, che infatti l'altra sera non è stata nemmeno affrontata, altrimenti si sarebbe dovuto parlare dello sponsor di Renzi con affari alle Cayman, ma anche dei rapporti fra Bersani e Penati, Gavio, Montepaschi, Consorte, Colaninno, o fra Vendola e don Verzé, e addio presepe del centrosinistra dove tutti sono amici e si vogliono bene. Il Csx Factor è perfetto alla fine di una campagna elettorale (infatti gli Usa, che l'hanno inventato, lo limitano a un paio di repliche alle ultime settimane prima delle presidenziali, poi lo mandano in soffitta), ma se diventasse un appuntamento settimanale, fin dalla seconda puntata ammazzerebbe milioni di persone. Di noia.




*decrescita e speranza...
Si sta come, d'autunno, sugli alberi, le foglie.
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